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1.000 Dollari sul Nero

Foto 1.000 Dollari sul Nero Film, Serial, Recensione, Cinema

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Dopo dodici anni di carcere immeritato per un delitto che non ha commesso, Johnny Liston torna a casa per vendicarsi. L'assassino scampato alla pena detentiva, e che ora spadroneggia come feroce bandito sotto la custodia di una madre spettrale, è il fratello di Johnny, Sartana Liston.

Titolo originale
RegiaAlberto Cardone
CastAnthony Steffen, Gianni Garko, Roberto Miali, Sieghardt Rupp, Erica Blanc
GenereSpaghetti Western
Anno1967
Durata105 min.
ProdItalia
ProduzioneMatheus Film
Distribuzione
Sitoweb

Recensioni (1)

scapigliato Film Cinema
scapigliato
10

Il secondo episodio della “Trilogia della Puntata” (anche se i titoli non si riferiscono ad una puntata vera e propria, ma sono solo un gioco di parole), è uno dei titoli più importanti dello Spaghetti-Western. Ok, qui nasce il Sartana che Gianni Garko riporterà altre quattro volte sullo schermo, benchè di segno diverso, ma il film di Cardone e Siciliano, resta la quinta essenza della follia tragica del western all’italiana. Abbiamo due novelli Caino e Abele che ammantati da presagi biblici si sfidano a morte senza cercarla davvero, se non verso la fine quando tutto ormai è perso, e la speranza è solo un lontano ricordo. Gianni Garko interpreta un folle e sadico bandito che si fa chiamare “el general” pur non essendolo, ed in questo la sua cieca sete di sangue fa il paio con la tensione tutta militare al comando, alla manipolazione e al dominio sugli inermi. A conferirgli tratti oscuri, anche scespiriani, concorrono sia il tempio azteco in cui si rifugia, bellissimo trucco fotografico realizzato con un modellino dipinto e immagini sovrapposte alla Mario Bava, sia tutta una serie di elementi caratterizzanti come il medaglione che bacia prima di uccidere, le frasi apocalittiche con cui dà inizio alle sue scorribande tipo “Prima che il sole tramonti voglio bagnarmi in un lago di sangue”, oppure la casa gotica dove risiede la figura spettrale della madre, spettrale come il villaggio di Campos quando è invaso dalla polvere alzata dal vento o come la cueva del muto Jerry, il bello e tragico Roberto Miali. Oltre a questi elementi oscuri che connotano il film in senso gotico, come piaceva all’epoca, è tutta l’aria malsana che si respira, è tutto il tono mesto che prende l’azione a delineare tutta la pellicola come un grande fumetto nero e disperato. Ci sono figure che fino ad ora non avevano avuto cittadinanza nel western, e neanche “Django” accennava così tanto macabramente il linguaggio cinematografico come aveva fatto con l’iconografia. In “1.000 Dollari sul Nero” anche la messa in scena è funzionale al contenuto del film e spazia dal puro gotico ai passi tragici del western classico. Per non parlare delle scelte narrative davvero forti. Le violenze seminate in tutto il film aquistano un valore catartico grazie alla loro neutralità. Il punto massimo di quest’iperbole violenta è l’orgia di sangue dettata dall’isteria di Sartana che porta i suoi uomini a Campos per ucciderne tutti i cittadini: donne che muoiono per strada, madri con bimbo in fascia schiacciate dai cavalli, e via dicendo. Ma la forza visiva di questo pandemonio è il montaggio che accosta all’immagine di un bandito che spara, quella neutra di una donna colpita a morte, che lascia intuire con un urlo inquietante ciò che accadrà a madre e bambino sotto gli zoccoli del cavallo. Anche le donne che vanno a chiedere pietà alla vecchia Liston, più che un nuovo coro da tragedia greca, sono i fantasmi che si uniscono ai fantasmi, e tracciano le vie di una disperazione esistenziale e spettrale come ne “Il Giro di Vite” di James. Forse, con ogni probabilità, se “Django” è stato il primo western a sdoganare un’icongrafia tetra e cimiteriale e a mostrare una violenza fino allora non concepibile per il genere, “1.000 Dollari sul Nero” è con ogni probabilità, visti i successivi lavori di Margheriti e Musolino, il film che apporta i primi inquietanti elementi oscuri, anche già gotici, all’interno dello spagowestern. Punto forza dell’intero film sono però i personaggi. Quattro su tutti ereditano tutta la letterarietà dei principi del titanismo ottocentesco e del primo novecento. Sartana Liston è un folle principe del despotismo, un’assoluta religione pagana di cui è Idolo e Idolatore, un uomo linearmente complesso, il cui delirio violento è facilmente leggibile nel male che egli perpetra, uccidendo chiunque con la facilità con cui si pesta una formica. Johnny Liston è invece l’Abele di questa risemantizzazione western del mito biblico, ad interpretarlo è Anthony Steffen di suo già tragico e fisicamente prediposto a ruoli di sofferenza, a ruoli di dolore predestinato dove il fatalismo è ciò che gli traccia la via. É il fratello buono che s’è fatto dodici anni di carcere al posto del cattivo Sartana, preferito pure dalla madre che, in ultima analisi, è la generatrice del Male Assoluto. Come le madri argentiane lì a venire, anche quella interpretata da Olga Solbelli è la causa dell’isteria dell’uno e della commiserazione dell’altro figlio. Il grembo materno si rivela un nido di vipere. La natura benigna sparisce dall’orizzonte interpretativo del ruolo femminile e trova referenze solo nell’aspetto maligno e ostile del suo essere. Dopotutto è la madre il “nero” su cui viene “puntata” una collana di diamanti da 1.000 dollari. Infine il muto Roberto Miali, affascinante borderline di questi due primi film di Cardone-Siciliano, regala il ruolo più sottilmente e più inconsciamente erotico del film. É lui l’oggetto delle umiliazioni del sadista Sartana, che se non è anche masochista poco ci vuole; è sempre lui a camminare a quattro zambe ridicolizzato da tutti per ordine e volere del general; è lui che nella scazzottata più virilmente ambigua del film con Sieghardt Rupp mostra il petto villoso su un corpo pestato, segnato a sangue, in una parola: morboso. Ed è sempre lui ad aver perso la voce in seguito ad un trauma giovanile, lo stupro della sorella; ed è lui a scatenare i sussulti sessuali della pudica Daniela Igliozzi. Ad Anthony Steffen ci penserà la più bella di tutte, Erica Blanc, ma i due non convoleranno a nozze come nelle trame più perbeniste. Il fatalismo tragico è dietro l’angolo di ognuna delle loro vite, esistenze perdute in partenza. Questi caratteri sono così i pilastri su cui si regge la messa in scena, funzionale ad essi, atta a stigmatizzare i loro animi e le loro disperazioni. Tutto il linguaggio cinematografico potenzia la vena orrorifica, sicuramente goticheggiante impressa a tutti i film di Cardone-Siciliano, compresi i due che realizzeranno da soli: “20.000 Dollari sul 7” per Cardone con Miali protagonista assoluto, e “I Vigliacchi non Pregano” di Siciliano con ancora Gianni Garko folle ed isterico fratello omicida. Un film, tra l’altro, follemente veloce, rapidissimo nel dirci quello che deve dire e nel mostrarci quello che deve succedere, ma lo fa tremedamente bene che la narrazione, così concepita, diventa il valore aggiunto di una storia tragica tra le più titaniche del nostro western all’italiana. In “1.000 Dollari sul Nero”, il matrimonio tra cinema e fumetto è evidente e vincente. Mauro Fradegradi

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