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American Beauty

Foto American Beauty Film, Serial, Recensione, Cinema

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Da morto, il 42enne Lester racconta la storia del suo ultimo anno di vita. Infelicemente sposato con Carolyn, la cotta che prende per Angela, compagna di scuola di sua figlia Jane, è motivo di rinascita.

Titolo originale
RegiaSam Mendes
CastKevin Spacey, Annette Bening, Thora Birch, Wes Bentley, Mena Suvari, Chris Cooper, Peter Gallagher, Allison Janney, Scott Bakula, Sam Robards
GenereDrammatico
Anno1999
Durata130' / 21 Gennaio 2000
ProdU.S.A.
ProduzioneDreamworks
DistribuzioneUip
Sitoweb

Recensioni (3)

compagno_grimm Film Cinema
compagno_grimm
10

Uno dei film più belli che abbia mai visto... L'esordiente Sam Mendes ci racconta la follia della normalità contrapposta alla normalità della follia, che vanno a comporre un'opera corale, struggente e sconvolgente che resterà scolpita negli annali della Storia del Cinema. I protagonisti sono "imprigionati" in una realtà cinica, selettiva ed estremamente crudele, che riesce soltanto a farli sentire insicuri e pessimisti, costretti a cercare quel "qualcosa" di talmente importante e fondamentale che manca alla loro esistenza. Questo comporterà la (definitiva) rottura di un matrimonio (quello tra il protagonista Lester Burnham (Spacey) e la moglie (Bening)), in un certo senso, già lacunoso in partenza, e questo avvinemto si ricollegherà ad altri che si susseguiranno durante il corso della storia. Ciò che più colpisce in "American Beauty" è il modo così intimo e, nello stesso tempo, distaccato con cui Mendes narra la vicenda ed entra in contatto con i personaggi, visibilmente tormentati e afflitti dal delirante mondo "costruito su misura" apposta per loro. Il loro è un mondo disorientato, nel quale si fa fatica ad allacciarsi a dei punti di riferimento (umani). Intorno c'è il vuoto, e quella (apparente) perfezione e minuziosità che li circonda è solo un'illusione e, in qualche modo, un pretesto per cercare di condurre la propria esistenza in modo "sano" ed onesto. Se visto attentamente, da "American Beauty" traspaiono numerose analogie e punti d'accordo con quello che è, a mio avviso, uno dei simboli del cinema degli anni '90: "The Truman Show" di Peter Weir. I due film sono "collegati" tra di loro per via di una struttura narrativa molto simile: c'è una città, una famiglia, un matrimonio, dei vicini, un lavoro, una realtà; è quest'ultimo aspetto che più accomuna le due pellicole, proprio per il (semplice) fatto che la realtà non è, come sembra in apparenza sia ai personaggi che allo spettatore, Reale, ma è, invece, drammaticamente (?) Finta. In "Truman Show" il protagonista (Jim Carrey) è, a sua insaputa, "sorvegliato" da migliaia di telecamere nascoste, ed è il protagonista (Involontario) di uno dei reality-show più seguiti in America, mentre, il protagonista maschile di "American Beauty" (un Idilliaco Kevin Spacey) è, in qualche modo, il riflesso di Carrey nel film di Weir, con la sola differenza che Spacey non è filmato da nessuna telecamera e ciò che vorrebbe veramente è, forse, solo un pò di attenzione nei suoi riguardi, al contrario di Carrey che, al contrario, è alla ricerca di un pò di solitudine ed è fortemente intenzionato a trovare un contatto con la vita Vera. Ora che ne stiamo parlando, è d'obbligo un rimando al finale di "Truman Show", in cui il protagonista riusciva finalmente a trovare l'uscita della vita "falsa" per congiungersi a quella "vera", e il suo "Creatore" Christoph (Ed Harris) lo avvertiva di restare al sicuro dentro il Suo mondo anzichè avventurarsi all'oscuro nella realtà malata che c'è "al di fuori". Ebbene, è forse quella che vediamo in "American Beauty" la realtà malata di cui parlava Christoph? E' solo un opinione arbitraria, ma quello che è quasi certo è che i personaggi interpretati da Spacey e Carrey si somigliano, e non poco, e, sempre secondo un personalissimo pensiero, Mendes era intenzionato a ricreare la stessa atmosfera che era riuscito a creare Weir in un contesto che appare solo inizialmente differente. Detto questo, una menzione speciale va al cast: oltre che al già citato Kevin Spacey, vanno citati anche la bravissima Annette Bening fiancheggiata dalle sinuose Mena Suvari e Thora Birch, a loro volta affiancate dall'ottimo Wes Bentley cui succede il sempre impeccabile Chris Cooper, più un ruolo marginale di Peter Gallagher ("Sesso, bugie e videotapes", "Torbide ossessioni"). Il film si conclude con un'agghiacciante ed onirica riflessione di Lester Burnham (Spacey) che si accinge a trascorrere, come lui stesso afferma, il "resto della sua vita", un punto di (non) ritorno che ci introduce alla ricerca infinita della coscienza che abbiamo perso durante la nostra vita precedente. Se si provi piacere o meno, non si potrà mai sapere. Quello che è certo è che le storie non conoscono la parola "FINE", una su tutte, "American Beauty". Francesco Manca

Adele Film Cinema
Adele
9.5

"American beauty" è il folgorante esordio dietro la macchina da presa dell'inglese Sam Mendes, regista teatrale di successo. Dalla "Royal Shakespeare Company" alla middle class americana il passo non è breve, ma nella pellicola non v'è traccia d'affanno, di compiacimento per un'occasione più unica che rara nel corso di una carriera. Il competente Mendes ha intuito e fine percezione del gusto del pubblico, delle esigenze avvertite alle soglie del nuovo millennio: le dosi di ogni ingrediente sono frutto di un attento calcolo, artificioso secondo una prima impressione. Lecito è il timore dell'ennesima macedonia avariata da moralismi disinibiti; i minuti scorrono, ripudiano dubbi e certificano convinzioni: pur non avendo rivoluzionaria inventiva, il pittore è abile, sa mescolare i colori sull'ammiccante tela. Lester Burnham: anni di silenzi patinati, mediocrità la cui inerzia sembra non avere limite. Aveva aspirazioni, sogni di gloria oltre volto oscuro della Luna: i residui sono rimpianti mai rievocati per evitare bilanci, la moglie Carolyn, votata alla nevrosi materialista e Jane, figlia adolescente il cui mondo è mistero. L'acerba sensualità di Angela, novella Lolita, scaturisce l'ossessivo desiderio di conquista, l'incantevole pretesto per la svolta repressa: regredisce per raccogliere i frammenti di sè persi lungo il sentiero. Ricky, l'ermetico vicino di casa, filma il dettaglio per impossessarsene, rievocare la bellezza di cui si privano le figure circostanti: ogni fotogramma testimonia un senso, una chiave di lettura a sostegno del fuggente ricordo. La speranza è esclusiva della gioventù, radiosa seppur immersa nelle tenebre: l'età adulta, sempre più coincidente con l'amaro fallimento, acconsente allo schematismo caricaturale, smarrisce la propria identità consultandone erroneamente una copia sbiadita. Jane e Ricky, innamorati disillusi, non rinnegano il loro temperamento fuori dal comune, si appartengono senza bulimie dell'apparire, danzano perchè in quei movimenti avvertono la luce di cui si nutrono. La stessa lotta contro sopraffazioni esterne è intrapresa dal sacchetto di plastica, volo controcorrente, metafora di straordinaria carica poetica, il cui risalto è in gran parte merito del "Plastic bag theme" di Thomas Newman, compositore giustamente nominato all'Oscar. Il risveglio di Lester è un'illuminazione tarvida eppure risolutiva, la perfezione dello scatto di famiglia suscita un sorriso non concesso all'uomo deviato dalla disperazione del rigore (il Colonnello Fitts), nè alla rapace vittima del proprio vuoto (Carolyn). Molteplici i temi trattati, con sguardo garbato (furbo?), distante da pretenziosi virtuosismi: la colpa non è sistematica condanna, l'indagine non è votata alla coraggiosa denuncia. La sceneggiatura di Alan Ball (premiata dall'Academy nell'anno di "Essere John Malkovic"), è esemplare, intensa e coinvolgente come le interpretazioni dell'intero cast, meritevole dei riconoscimenti conquistati. Kevin Spacey, mattatore assoluto, rievoca i fasti de "I soliti sospetti" e "Se7en", percorre divertito un campo minato di mestizia, uscendone indenne: il suo Lester è umano, genuino nel fanciullesco risveglio, stralunato ma consapevole combattente del Duemila. Magnifica Annette Bening, frustrata al limite della sopportazione, donna in carriera ipocrita, ma priva del cinismo maligno da cui si lascia tentare; demoniaco e struggente Chris Cooper, tormentati e penetranti Wes Bentley e Thora Birch, seducente e complessa Mena Suvari (quei petali sono cesura d'un epoca). Sam Mendes confeziona con cura un prodotto di largo consumo, si attiene alle regole del gioco pur prediligendo l'alto tasso qualitativo: la valenza dell'opera è oltre lo schermo, la riflessione è la formula risolutiva dell'enigma. Un inno alla vita, paziente ricerca, scoperta continua che mai si cosparge di villania, se alimentata da tolleranza e sincera condivisione della bellezza di cui siamo muniti. Adele Augruso

Killer_queen Film Cinema
Killer_queen
9.5

Ironico, drammatico, grottesco. Umorismo e ridicolo si uniscono alla perfezione fra loro. L'intensità di questo film è spiazzante. La scena più intensa è la ripresa del sacchetto: un inno alla bellezza delle cose semplici. Quelle di tutti i giorni, quelle che non devi comprarle. Quelle che vivono, si muovono sotto i nostri stessi occhi, talvolta troppo cechi per soffermarsi su esse. Una danza magica, una rincorsa alla vita, ostacolo per ostacolo, ogni foglia è un capitolo. Ma sono tante le scene intense di questa pellicola matura e cruda. Il bacio omosessuale, fra Lester e il padre di Ricky, l'esplosiva pietà che suscita, un uomo cammina sotto la pioggia e nel volto ha una maschera che non lascia trasparire se la sua sia rabbia per se stesso, o puro amore. La malizia di Angela, che si tramuta in ingenuità. Una Lolita ancora bambina e inesperta, che ribalta ogni idea e ambiguità ( e sono tante le ambiguità. ) Un uomo, che in lei vede una rinascita, un Elisir d giovinezza, o di vita ( ancor più appropriato ) e ritrova il senso per vivere, respirare, correre. Una donna rimasta sola, isterica e senza più scelte. Ma l'amore fra Ricky e Jane, è la chiave, il nucleo principale, perchè loro due, sono i fili conduttori. E poi il finale stupefacente, dove i brividi ti salgono e la pelle d'oca inarca i peli delle braccia. E che cos'è " quel " finale? La morte è vista da un'unica lunga immagine...e se anche la vita, fosse solo una lunga immagine? Un grande quadro che rappresenta i temi più comuni della nostra società. Il materialismo, il triangolo moglie, marito amante, l'omosessualità, il giovane amore, e altri migliaia e innumerevoli. Un film in continua evoluzione, scolpito da una sceneggiatura curata e raffinata. Un Kevin Spacey unico per cento trenta minuti di " realtà ". Da scoprire e riscoprire ad ogni sua visione. Non smette mai di farsi conoscere e stupire. Lo fa in modo lento e soave, come fosse una lezione sempre nuova. Annabella Monti

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