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Bianco Apache

Foto Bianco Apache Film, Serial, Recensione, Cinema

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Un bambino bianco viene cresciuto da una tribù di Apache col nome di Shining Sky. Questi, diventato ragazzo, ritorna tra i bianchi, ma dopo diverse disavventure deciderà di tornare definitivamente con i pellerossa...(Trama ufficiale)

Titolo originale
RegiaBruno Mattei
CastSebastian Harrison, Lola Forner, Carlos Bravo, Alberto Farnese, Luciano Pigozzi
GenereSpaghetti Western
Anno1986
Durata100 min./26 agosto 1987
ProdItalia
ProduzioneBeatrice Film
DistribuzioneMultivideo
Sitoweb

Recensioni (2)

Superficie 213 Film Cinema
Superficie 213
3.5

Bruno Mattei - purtroppo scomparso da poco - era un regista che riusciva a girare un film con gli scarti di altri quattro e che riusciva persino a venderli in tutto il mondo,grazie ad ottime brochure ed ad uno spirito imprenditorile non comune. Questo suo western alla SOLDATO BLUE arriva in ritardo di almeno 15 anni rispetto alla fine del genere in Italia e risente di una produzione davvero misera che non permette piu' di tanto in fase di messa in scena. Mattei comuqnue gira con mestiere,riuscendo a mettere in piedi qualche sequenza azzeccata - l'uccisone dei bambini - e non lesina nel mostrare la violenza ed il sangue. Certo e' pero' che la recitazione e' sotto il livello di guardia - il protagonista e' quel tizio chge faceva Satomi nel serial tv tutto italianao su Kiss me Licia -,che la storia non stia in piedi e che nel complesso il tutto sia abbastanza noioso e senza veri guizzi. Naturalmente quando si parla di Mattei non siamo mai di fronte ad un'opera che possa definirsi tale,ma indubbiamente - anche se non volutamente - ci si diverte di fronte a tanta cazzoneria. Resta il fatto che il film e' men che mediocre. Federico Frusciante

scapigliato Film Cinema
scapigliato
10

Protagonista unico di questo primo cavolavoro western di Bruno Mattei è il biondo Sebastian Harrison, di inaudita bellezza e pericolosa fisicità. Figlio del Richard Harrison di parecchi western all’italiana, Sebastian è un dio greco wasp che nato da madre bianca in campo apache diventa simbolo di integrazione e ambiguità. Infatti, dopo essersi scontrato con il fratello di latte, Lupo Nero, per questioni di sesso, Sebastian deve tornare ai bianchi di cui è figlio. Conoscerà un mondo in cui i soprusi e gli interessi personali vengono nascosti dietro la declamata giustizia, un mondo dove l’ideologia borghese ha represso così tanto l’istintività e la libertà dell’individuo da creare mostri assetati di odio, di sangue e di torture di ogni tipo. Testimone arrabbiato di una lunga serie di massacri e indicibili sevizie ai danni degli indiani come di chiunque si metta contro il potere “razzista” degli affaristi di Oakwood, tra cui il Colonnello Alberto Farnese e il suo sgherro Carlos Bravo (coppia diabolica che si ripeterà anche in “Scalps!”), Shining Sky, dicevo, questo il nome di Harrison, accomulerà tanto odio e tanta rabbia da sfociare in un finale feroce di estrema riscossa umana che ci fa tremare di emozione. Inutile dire quanto il film, come il suo gemello “Scalps!”, uscito pochi mesi dopo, si rifaccia, citandoli visceralmente, ai classici del western indianista dei ’70. Se in “Scalps!” il film di Ralph Nelson, “Soldato Blu”, è il modello da revisionare all’italiana, in “Bianco Apache” è il “Piccolo Grande Uomo” di Arthur Penn a mettere le basi per un rifacimento linguistico ed estetico. Va da sè che l’obiettivo principale del dittico di Bruno Mattei sia l’accusa e la forte denuncia del mondo occidentale e cosidetto civile che non si fa scrupoli ad ammazzare pur di difendere la propria esistenza e il proprio potere. A garantire la serietà del progetto, che non è solo il tentativo di resuscitare lo spaghetti-western, è la natura stessa del progetto. La sceneggiatura di “Bianco Apache” arriva niente meno che da un vecchio script filoindianista scritto da Franco Prosperi durante gli anni del glorioso western all’italiana, quindi non era una cosa nata al momento per fare solo cassetta, mentre “Scalps!” nasce dalla scrittura di Sebastian Harrison che non fa più l’attore ma che scrive un’opera ideologica non indifferente, anche se poi accreditato come autore è il padre Richard. Non ci troviamo quindi, di fronte ad escamotage commerciali per cavalcare il successo dell’exploitation edonista degli ’80, bensì ad una vera impresa autoriale che come tale punta linguisticamente ed esteticamente sui gusti dell’epoca, che non sono altro che il codice poetico non solo di Bruno Mattei ma di tutto l’immaginario cinematografico italiano di genere. La brutalità infatti, prende vita fin dall’incipit. Un branco di animali bianchi detti uomini assaltano una carovana di pionieri ed uccidono tutti, pure bambine e bambini, anche se la loro morte resta fuori campo. Sopravvive solo una donna gravida che rischia di essere stuprata con un tizzone ardente dopo essere stata presa a calci nel grembo. Salvata dagli Apache partorirà il biondissimo protagonista. Ma le violenze continuano imperterrite. Va detto però, che molta crudeltà, come in “Scalps!”, è solo accennata. La ragazzina stuprata sui gradini di un altare è solo una suggestione, noi non vediamo nulla. Stesso dicasi per le brutalità operate dal cattivo Carlos Bravos, qui nei panni di uno dei villain maggiori di tutto lo spagowestern storico. Arriviamo fino ad un certo punto, poi la mdp si rifiuta di indugiare e a noi è dato solo immaginare ed inorridire. Anche un vecchio e bravissimo Luciano Pigozzi rischia il collo per mano dei razzisti allevatori comandati da Alberto Farnese, qui meno sadico e meno centrale che in “Scalps!”. Tutti rischiano se non allineati con il potere wasp (white anglo saxon protestant). E il fatto che sia inequivocabilmente wasp anche il biondissimo protagonista, apre una serie di nuove suggestioni ed interpretazioni. Il corpo è verità. Questo io penso. E deve forse averlo creduto anche Mattei quando indugiava omoeroticamente sul corpo perfetto di Sebastian Harrison, che fu poi l’amato Satomi della serie tv “Licia Dolce Licia” e affini. Il corpo dell’attore viene usato come referente ambiguo per deflagrare ogni ambiguità insita nella cultura wasp di cui è segno e controsegno. Come bianco-puro, Shining Sky rifiuta i bianchi, ma fisicamente è puro wasp: biondo come la luna, pelle color del grano, occhi azzurri mai visti prima, forme fisiche che sembrano modellate da un artista, un appeal sessuale che smuove anche il monolite etero. Eppure Sebastian Harrison è la rivoluzione del segno western in Mattei, più che la pericolosa Mapi Galán di “Scalps!”. In entrambi i film, va detto, le ragazze scelte per il ruolo di eroine indiane sono due rare femminilità, di pericolosa bellezza, di irrefrenabile instinto libido. E fanno il paio, queste femminilità selvagge, con il candore e lo stupore della bellezza di Sebastian Harrison che un po’ ci ricorda, consolandoci, il fu Peter Lee Lawrence. Ma la riflessione sull’importanza della fisicità del corpo in “Bianco Apache” non si ferma solo alla dialettica wasp/etnia india, ma avvolge tutto il mondo sessuale. Dapprima vediamo i banditi che cercano lo stupro con una protesi infuocata, che sottilmente ci dice quali siano le turbe di quegli aguzzini nati sotto la bandiera del puritanesimo sureño e benedetti da un dio da vecchio testamento. Così come non si può non vedere nella moglie del colonnello razzista, la donna insoddisfatta dell’impotenza del marito, e che cerca così la libido nel bel giovane straniero. Il colonnello gode con il sangue dei morti, il bel giovane indiano gode coi piaceri della carne. Nuovamente vediamo quindi il duello eterno tra piacere della carne e peccato della carne: il primo combattuto con ferocia da chi sostiene il secondo, ma inaspettatamente chi difende il secondo è anche autore di orrori contro l’umanità e la libertà. Inutile continuare. Ogni riflessione sul corpo e sulla fisicità, sulla libertà dei corpi così come sono in natura, ci porta sempre ad individuare nel corpo stesso e nella sessualità la grande arma per combattere le castrazioni del sistema ideologico borghese e religioso, oltre che a combattere i rapporti di forza del mondo occidentale capitalistico. Ritorna quindi, insostituibile, l’equazione frustrazione-impotenza-turba sessuale/fascismo. In questo senso è possibile anche una lettura omosessuale. Arduo rintracciarla nel virile rapporto-scontro tra i due fratelli indiani che combattono e s’ammazzano per l’amore di Stella Nascente, la Lola Forner. Piuttosto la si può ritrovare nella tensione tutta pornografica delle torture che il cattivissimo Carlos Bravo perpetra al bianco apache. Dove appunto l’orrore della prepotenza fisica è il sostituto, accettato dalle istituzioni, della libido repressa. Ma anche solo e semplicemente lo sguardo del regista che cade immancabilmente sulle forme perfette del corpo di Sebastian Harrison. Si creano così immagini che non sono certo fatte per richiamare il pubblico femminile a vedere un western iperviolento, quanto per iconografare il personaggio anche secondo i canoni queer. Perchè mostrarcelo a petto nudo con insistenza? Perchè mostrarcelo completamente nudo, anche se da tergo (sigh!), mentre il colonnello fa il suo discorso razzista? Perchè vestirlo di sole bretelle, gilet su petto nudo e foulard al collo? Perchè riprendere in primissimo piano il suo torace ferito e appeso ad un albero in tortura? Perchè tutte queste immagini se non per scatenare nello spettatore, chiunque sia, un trasporto omoerotico che trascenda i ruoli e le identità sessuali per comprendere così, liberi da ogni preconcetto e da ogni impalcatura morale, la priorità del corpo (quindi della Natura e della Verità), su qualsiasi altra forma di potere e di falsa induzione collettiva. É insomma l’etica che vince sulla morale. Chiosato da una suggestiva scena finale, che chiude una serie di allungamenti e sfilacciature narrative, causate dai clamorosi tagli alla lunga sceneggiatura di Prosperi, il film di Mattei, lungi da essere un film politico, è sicuramente un’opera di grande spessore autoriale. Nonostante la mano del regista appaia più personale in “Scalps!”, anche in “Bianco Apache”, che in Spagna diventa il suggestivo “Apache Kid”, possiamo godere di un approccio tutto matteiano alla exploitation degli anni ’80, oltre che ad una incisiva “favola” indiana in cui la diversità è l’unica forma prevedibile per combattere il sistema. É un po’ come pensare al “Devilman” di Go Nagai: diavolo che lotta contro i diavoli. Sarebbe fin troppo facile essere un indiano che lotta contro i bianchi, o un angelo contro i diavoli. Diverso invece è essere appartenente ad una comunità e lottare contro di essa a favore di un’alterità. Questa è l’essenza della sovversione e della libertà in ultima istanza. Se non è un film prettamente politico, magari pure di matrice comunista, è sicuramente un film che in quella direzione guarda, almeno ad un livello filosofico e non partitico. Mauro Fradegradi

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