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Condenados a Vivir

Foto Condenados a Vivir Film, Serial, Recensione, Cinema

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Un ufficiale nordista sta scortando nove psicopatici assassini che non sanno di essere tra loro legati da una catena d'oro ridipinta. Dopo un incidente nel bel mezzo delle Montagne Rocciose in pieno inverno, sia l'ufficiale che sua figlia, sono in pericolo...

Titolo originale
RegiaJoaquin Luis Romero Marchent
CastClaudio Undari, Antonio Iranzo, José Manuel Martin
GenereSpaghetti Western
Anno1972
Durata91 min.
ProdSpagna
ProduzioneFilms Triunfo
Distribuzione
Sitoweb

Recensioni (1)

scapigliato Film Cinema
scapigliato
10

Molti potrebbero chiedersi cosa spinse il padre del western clásico iberico a girare, tra l’altro come suo ultimo film del genere, uno spagowestern dai toni horror e dagli effetti truculenti ben in evidenza. La risposta è insita nei racconti degli attori. Infatti, le scene di violenza estrema furono girate apposta perchè il distributore americano le richiedeva assolutamente. Ecco che una storia disperata, in puro stile Marchent, si trasforma in una discesa infernale truce e senza scampo. Considerato lo Spaghetti-Western più violento della storia, va detto che per l’epoca le scene sono davvero forti, e sanno ancora oggi disturbare. Infatti, paragonare la violenza di “Condenados a Vivir” con quella di “Scalps!” e “Bianco Apache”, considerati tra i più violenti, risulta evidente il ruolo efficacemente perturbante di quella realizzata da Marchent nel 1972. Va anche precisata una cosa: la violenza, e con essa le scene estreme di crudeltà, truculenze e raccapricci vari, non è in sé perturbante o pornografica tale da squotere la coscienza, ma lo diventa in base al contesto e allo stile. Una testa mozzata che rotola grondante di sangue in un film demenziale ci fa ridere, se invece ruzzola in un film oscuro e quant’altro, già ci lascia più atterriti. In secondo luogo, l’insistenza dello sguardo, tipica della poetica di Dario Argento, sul trucidume, il sangue, le budella e qualsiasi oggetto “violato”, è il principale strumento di misura della violenza nell’audiovisivo. Rallentare l’immagine, darle respiro con un primissimo piano o con un dettaglio, reiterarla lungo tutta la pellicola e così via, le danno quel valore pornografico e perturbante che altrimenti non avrebbe. Di conseguenza con “Condenados a Vivir” non ci trovamo di fronte ad un film violento in sè, cioè per quello che mostra, bensì per come lo mostra. Buchi di proiettile da cui zampilla copioso sangue rosso sgargiante, crani battuti da calci di fucile, piedi amputati, corpi incendiati, uomini bruciati vivi, budella di fuori, stupri e così via, in sé non sono raccapriccianti, se non per l’idea di base che l’uomo ha verso queste immagini, ma è il regista a dar loro una forza ed una potenza visiva capaci di deflagrare la linearità del resto del racconto. Il film di Marchent infatti, segue passo per passo l’infernale/invernale odissea di un gruppo di pericolosi criminali psicopatici, custoditi da un ufficiale nordista non proprio buono e corretto (Claudio Undari), che dopo un incidente al loro carro si trovano appiedati tra le Montagne Rocciose e legati tra di loro da una catena che scopriranno essere fatta di oro. A perturbare ulteriormente il racconto, oltre agli orridi inserti grandguignoleschi, ci sono sia i sanguinari criminali sia una famiglia di villici violenti e selvaggi che dà loro la caccia convinti che nascondino dell’oro. Il film si sviluppa così molto lentamente, lasciando a determinate scene le impennate che appunto deflagrano la linearità e la sordità del film. La neve, il freddo, la natura morta, i lunghi silenzi, le lunghe camminate, tutto rallenta l’incedere dei protagonisti come del racconto cinematografico, oltre che ad arricchire l’iconografia nera della pellicola. Elementi questi in netta prevalenza su quelli violenti e prettamente pornografici, intendendo quelli che mostrano il non-mostrabile. E assieme a loro, ci sono alcuni attori la cui presenza è il valore maggiore, l’arricchimento fondamentale di tutto il film. I nomi più famosi sono quelli di Claudio Undari e di José Manuel Martín. Il primo è, come già detto, l’ufficiale che li scorta in questo duro viaggio; il secondo è uno dei folli prigionieri, per la precisione colui che violenterà la figlia di Undari al seguito del padre. Già, perchè c’è anche una figura femminile di rilievo in mezzo a questo panorama sado-maschilista. É la figlia dell’ufficiale che, morta la madre assassinata misteriosamente, sta con il padre a prezzo della sua sanità mentale, visto che vive a stretto contatto con la feccia della feccia. Ma a strabigliare per incisività e caratteristiche del ruolo c’è Antonio Iranzo, copia sputata di Gian Maria Volontè di cui ne riprende l’animaleschità, la cui presenza in scena diventa motivo di gioia per lo spettatore. A lui sarà dedicata la sequenza più nettamente orrorifica del film, quella in cui ritorna alla fattoria dove avevano bruciato vivo Claudio Undari e se lo ritrova redivivo che lo perseguita. Iranzo corre e scappa più che può, ma appena si gira ritrova Undari alle sue calcagna, anticipando inconsapevolmente il tratto metafisico più conosciuto del Michael Myers carpenteriano di “Halloween”. Va precisato che non si tratta di uno zombie, visto che è un’allucinazione dello stesso Iranzo dovuta al whisky e alla sua mente malata, ma è sicuramente un “ritornante”, intendendo con questo la figura narrativa di un morto che ritorna nella narrazione come tale, senza essere a tutti i costi un morto vivente reale e tangibile. E a mano a mano che il film volge alla fine, aumenta la disperazione, sia diegetica che estetica, e assistiamo ad un’esplosione splatter in cui si sussegguono la scena dell’uomo appeso con un gancio alla schiena mentre le budella gli escono dal grasso ventre, e quella della moglie di Undari assassinata da uno dei criminali lì presenti, la cui pancia massacrata dalle pugnalate è un delirio di interiora e sangue che escono a gran numero. Questo folle assassino è, dei criminali in consegna, quello che sembrava essere il più mite e buono, quello con cui infatti la figlia di Undari instaura anche un silenzioso rapporto affettivo. Sembra essere lui lo spiraglio di salvezza di tutta questa fauna umana degenerata, rappresentata benissimo anche da Undari stesso, corroso sì dai rimorsi, ma ugualmente spietato davanti a questioni di patria e di oro. Invece anche questo pseudo-mite prigioniero si rivela un lucido e freddo assassino. Il fatto che muoia prima che la ragazza ne conosca il crimine, cioè l’assassinio della madre, e che addirittura ne pianga la morte, getta il film in un baratro di disperazione e tragedia che aiutato dall’iconografia mortifera diventa il segno autoriale ultimo di tutta la vena melodrammatica del western di Romero Marchent. Anche il finale alla dinamite, è segnale inconfondibile dell’ansia di esplodere, di annientarsi, di riazzerarsi e forse, forse!, ricominciare tutto daccapo. Per suggestioni, idea del progetto e borderliness dei personaggi, fa il paio con “I Quattro dell’Apocalisse” di Fulci, ma azzarderei anche un accostamento sia con “Matalo!” che con “Se Sei Vivo Spara!”. Quest’ultimo continua in definitiva ad essere il primo western-nero vero e proprio, da cui poi tutto si declinerà alla Django, piuttosto che alla Margheriti, e così via. Mauro Fradegradi

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