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Django

Foto Django Film, Serial, Recensione, Cinema

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Si trascina una bara. Non ha cavallo. Cammina nel fango. E' l'antiwestern archetipale che arriva in un paesino abbandonato, autunnale, mortifero, e deve scontrarsi contro gli uomini del razzista Maggiore Jackson, fino al duello finale in un angoscioso cimitero grigio.

Titolo originale
RegiaSergio Corbucci
CastFranco Nero, Eduardo Fajardo, José Bodalo, Gino Pernice, Loredana Nusciak
GenereSpaghetti Western
Anno1966
Durata90min/6 aprile 1966
ProdItalia/Spagna
ProduzioneB.R.C. Produzione S.r.l.
Distribuzione
Sitoweb

Recensioni (1)

scapigliato Film Cinema
scapigliato
9

"Per Un Pugno di Dollari" del '64 è il modello di riferimento per western epici, solari, di altrovi mitici, antiretorici e antieroici. Il "Django" di Corbucci invece, del 1966, è il modello per l'antiwestern, su stessa ammissione del regista: oscuro, goticheggiante, metafisico, con pistoleri senza cavallo, paesi senza sole, ma con fango e pioggia. La violenza c'è in entrambi, veicolata da un iperrealismo di cui tutto il cinema a venire si sarebbe ricordato. Ma va detto che in Django viene ostentata e resa visibile quella crudeltà, quella ferocia, quella efferatezza che sappiamo esserci sempre stata senza averla mai vista: e il taglio all'orecchio a Gino Pernice è il suo atto di nascita. Quindi: "Per Un Pugno di Dollari" e "Django" come i due principali modelli di riferimento, i due paradigmi a cui tutto torna, a cui tutto si confronta e s'ispira. Cosa notiamo subito in "Django" che lo rende unico e diverso? Come Clint Eastwood anche Django appare di spalle, ma a piedi e non a cavallo. Tira con e dietro di sè una bara, un forte presagio di morte. E' vestito di nero, sì come Sartana, ma è più lugubre, sembra un nero angelo della morte (Sartana è più un becchino, un "operaio" della morte, anche se si evolve poi verso una dimensione metafisica). E poi c'è quel ponte che congiunge un altro mondo, quello dei morti? quello dei vivi? quello dei redenti, perdonati ed espiati? Insomma fin dalla prima sequenza, in cui già c'è la fustigazione di una donna da parte di due comunità diverse (bianchi razzisti e fascisti, e messicani violenti e disillusi rivoluzionari), c'è l'intrusione nel western di un'immaginario funebre, nero, mortuale veicolato da un'iconografia desolata, goticheggiante, sterile, cimiteriale e da un'ambientazione fredda, sotto un cielo plumbeo, con accorgimenti scenografici tesi ad allontanare lo spettatore e i personaggi dal West(ern) che conosciamo per avvicinarli a qualcosa di diverso che ha più a che fare con la maledizione che con la mitizzazione, anche se quest'ultima va letta come anti-mitizzazione leoniana o mitizzazione al contrario, che tiene conto cioè degli aspetti opposti all'eroismo e all'integrità morale dei western classici americani. Sotto questo aspetto anche "Django" compie un'operazione di questo tipo. Il film di Sergio Corbucci, come quello di Sergio Leone, mitizza al contrario il mondo della frontiera rendendolo più affascinante agli occhi dell'uomo moderno, affrancatosi dalla mentalità conformista e di sudditanza autoritaria tipica del mondo borghese. Teorizzano entrambi sull'antieroe, sulla ribellione civile, sull'adesione al rifiuto, e via dicendo: vita brada; etica personale; individualismo, ma quello che "fa bene" alla collettività. Demistificano, smitizzano e demitizzano la frontiera perchè non hanno bisogno di raccontare la storia di un Paese, bensì la storia di uomini in un altrove mitico in cui la partita più importante la si gioca contro la vita stessa nel tentativo di essere e restare liberi. L'uomo contro se stesso è infatti, e sottilmente, il carattere peculiare di tutti i personaggi western nati da autori consapevoli della loro creazione. Mostrare una cosa nella sua realtà, togliendole le false apparenze che la fanno sembrare onorevole o giusta. Privare del carattere di mito tutto ciò che è servito a creare una mentalità e una morale, da rivoltare come guanti. Far cadere il fascino esagerato e fanatico che uomini o sistemi sociali esercitano sull'animo e sul comportamento della gente. Sono tutti obiettivi ricollegabili alla demistificazione, smitizzazione e demitizzazione operate da Corbucci come Leone in quella seconda metà dei '60. Sono tre procedimenti diversi e non sinonimi. Corbucci demistifica il West gettando il suo Django in un mondo fangoso e desolato. Smitizza il suo protagonista e un'intera epopea evitando loro di compromettersi con il buonismo edificante. Demitizza la storia di quel popolo per criticare e ridimensionare una civiltà. Aspetti storici, metafisici, narrativi ed esistenziali si incrociano e si confrontano sul territorio fecondo del western. "Django" è un esempio di perfezione narrativa scardinata dalle regole precedenti. Un esempio di western radicalmente allontanato dal canone classico. La regia di Corbucci, la fotografia di Enzo Barboni, la scenografia di Carlo Simi, la musica di Bacalov, la sceneggiatura di Franco Rossetti, la presenza di Ruggero Deodato come aiuto-regista, e poi e soprattutto lui: Franco Nero. Era al suo primo ruolo importante, nonostante avesse girato da co-protagonista anche "Texas, Adios" dello stesso anno. E' la risposta italiana a Clint Eastwood, di cui prende la lapidarietà e la severità del gesto, ma è anche "il bello" che mancava al genere, sebbene da lì a breve irromperà il suo alter ego ugualmente affascinante ed eastwoodiano che lo sostituirà nel primo sequel semi-ufficiale di "Django": si tratta di Terence Hill, il film è "Preparati la Bara!" sempre scritto da Rossetti (ecco perchè "semi" ufficiale). Franco Nero non sembra spaesato, non sembra alieno al paesaggio, al villaggio, al sistema in cui si introduce. Egli stesso è un elemento di quel luogo-non-luogo che è la Tombstone fangosa e plumbea del film. Se il paesaggio nel western è lo specchio dell'anima dei suoi protagonisti, mai film fu più archetipale in questo senso, dando a Django la stessa cupezza e lo stesso pessimismo che sono avvisabili intorno a lui. La violenza di quelle terre è anche la sua violenza amorale più che immorale. Franco Nero così diventa il più grande di tutti insieme a Clint Eastwood, cosa che toccherà anche a Giuliano Gemma, Gianni Garko e il Terence Hill pre-Trinità come emblemi di una westerness atipica, ribelle, rivoluzionaria, europea, e in particolar modo italiana, vista l'irriverenza e la già citata "adesione al rifiuto": atteggiamenti di un paese radicato nelle tensioni sociali e nei dualismi improduttivi. In definitiva il ritratto di "Django" è un ritratto cupo, nero, disperato, cimiteriale. Un funerale perpetuo dell'uomo e della sua dignità, della sua aspirazione alla felicità. É una continua castrazione. É un ritratto violento, e della violenza fa non solo la musa ispiratrice (visto che tutto nasce nella violenza iperreale di Leone anche se non ancora estremizzata come in "Django"), ma ne fa anche la co-protagonista del film, da un punto di vista del linguaggio cinematografico. L'estetica della violenza adottata da Corbucci fa il paio con il motivo della menomazione di cui sono portatori diversi dei suoi protagonisti. Django viene menomato nelle mani, arnesi di lavoro per un pistolero, eppure s'ingegna ugualmente e riesce a battere il Maggiore Jackson e i suoi uomini, si dice anche con l'aiuto della moglie morta (vedi alla voce "settimo sparo" misterioso). Così, la privazione della pistola, la menomazione, la perdita della credibilità, il pestaggio, la prigionia forzata, e altri espedienti sono i motivi con cui un autore vuole lasciare in difetto il proprio protagonista, metterlo in ginocchio, avvicinarlo forse allo spettatore. Ma sono motivi che vanno oltre ad una prima lettura narrativa, e si radicano in riflessioni sociali e psicologiche, con le quali si può decodificare il mondo interiore di un personaggio, e di riflesso anche dell’uomo in generale. Soprattutto le prime due: la privazione della pistola, che è un chiaro riferimento sessuale che comporta la perdita della virilità e più profondamente la sconfitta sessuale, se si considera il sesso come termine originario della vita comunitaria e massima espressione del sè. Anche se va detto che la forte presenza della mitragliatrice, oggetto feticcio per il cinema di Corbucci, può indicare una taciuta e inespressa virilità, che farebbe da eco contraria alla castrazione continua a cui è soggetto il nostro Django dalla morte dell’amata moglie in avanti. Poi la menomazione, riguardando la minorazione, la lesione o anche la mutilazione di parti del corpo, parti in carne che rovinarle addosso significa anche dolore fisico, attecchisce ugualmente a riflessioni più profonde sulla corruzione del proprio corpo, il suo abbruttimento, la nostra frammentazione, la nostra deflagrazione. Tutti aspetti di un pessimismo "carnale" moderno, acquisito anche dall'horror d'autore degli anni '80. É così che "Django" supera i confini del western per diventare, come le celebri pellicole di Sergio Leone e di altri autori, sia lo specchio deforme di una realtà e di una società intollerabili, sia l'aspirazione ad un luogo dell'anima, un altrove in cui poter rivedere la nostra vita interiore. Mauro Fradegradi

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