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Grindhouse - A prova di morte

Foto Grindhouse - A prova di morte Film, Serial, Recensione, Cinema

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Per la dj più al top di Austin, Jungle Julia, l'ora che si avvicina al tramonto costituisce il momento migliore per cercare un po' di relax insieme alle sue due migliori amiche Shanna e Arlene. Le tre ragazze non passano inosservate quando si lanciano alla conquista della notte da Guero's al Texas Chili Parlor. Non tutti però si limitano a guardarle e magari a desiderarle piu' o meno a distanza. Tra chi le osserva c'è anche Stuntman Mike, un ormai non più giovanissimo ribelle carico di cicatrici e dallo sguardo lubricamente ammiccante. Mike è seduto al volante della sua possente auto da stuntman e attende solo di poterle attirare nella propria trappola fatta di lamiere contorte e sangue schizzato. Molti mesi dopo lo ritroveremo ancora in azione, come sempre in cerca di giovani vittime.

Titolo originale
RegiaQuentin Tarantino
CastKurt Russell, Zoe Bell, Rosario Dawson, Vanessa Ferlido
Genere
Anno2007
Durata116' / 01 Giugno 2007
ProdU.S.A.
ProduzioneDimension Films, A Band Apart, Eyetronics Usa, Troublemaker Studios, The Weinstein Company, Rodriguez International Pictures
DistribuzioneMedusa
Sitoweb

Recensioni (4)

Superficie 213 Film Cinema
Superficie 213
9

Tarantino dopo l'ottimo Kill Bill torna dietro la macchina da presa per girare questo thriller che insieme a Planet Terror di Rodriguez fanno parte del progetto Grindhouse. Uscito in Italia sepratamente dal "gemello" di Rodriguez - visto il flop nelle sale USA dell'accoppiata -,questo film del buon Quentin e' bellissimo e davvero riuscito in ogni sua aprte. Partendo da un cast ottimo,dove spicca il grande Kurt Russell - in un ruolo finalmente da ricordare dopo anni di schifezze buoniste - fino ad una colonna sonora incredibile il film non han una caduta di tono ne' tantomeno di stile. Tarantino omaggia i vecchi film di inseguimenti e sparatorie attraverso una visione slasher dell'insieme di un'originalita' unica,e divide il film in due fasi,la prima piu' cauta,con tagli graffi e spuntataure che danno una vera aria da Grindhouse al film e la seconda ben piu' moderna come messa in scena e come andamento. Tutta la prima parte e' seventies fino al midollo,la fotografia e' calda come quella di un film di Meyer,i movimenti di macchina sono precisi e montati in modo assolutamente fantastico,cosi'come fantastico e' l'incidente di auto che vede per protagoniste un gruppo di ragazze ed il grande Stuntman Mike. Davvero un lavoro eccellente quello del regista americano,che gira come pochissimi sanno fare,alternando un montaggio ipermoderno ad uno Leoniano fino al midollo. Nella seconda parte del film la situazione si ribalta,il gruppetto di ragazze che vengono messe sotto tiro dal maniaco Mike hanno due palle gigantesche! Tarantino e' molto bravo a gestire la tensione ed il ritmo - che negli ultimi venti minuti e' superlativo ed indiavolato - ed ha demolire il mito della superiorita' maschile sulle donne. Donne che vengono riprese in ogni possible posizione,i seni,i sederi e soprattuttto i piedi - si sa' che Tarantino e' un fetish man - diventano protagonisti insieme ai dialoghi - splendidi - che sotterrano ogni possibile accusa di misogina verso il film invero piu' femminista degli ultimi anni. Insomma,Tarantino fa centro un'altra volta,portando a casa una pellicola ritmata,violenta - si vedano i dettagli ed il montaggio alternato del primo incidente - e che non cede alle lusinghe di un mercato che lo vuole sempre uguale a se stesso. Formidabile. Federico Frusciante

Michael Vronsky Film Cinema
Michael Vronsky
8.5

Soltanto la fervida immaginazione di Quentin Tarantino poteva concepire un’opera del genere, autentico prodotto di un geniale ed imprevedibile regista mai stanco di stupirci, ma sempre e costantemente alla ricerca di nuovi sentieri da percorrere. Cinema compiaciuto e divertito, nostalgico e (auto)citazionista. Irresistibili dialoghi seppur lontani da quelli geometricamente perfetti di “Reservoir Dogs” o “Pulp Fiction”, talvolta eccessivamente verbosi e prolissi, colpa ovviamente delle “aggiunte” effettuate per la distribuzione europea della pellicola dopo l’insuccesso ai botteghini statunitensi: probabilmente la versione unica congiunta all’episodio di Rodriguez si sarebbe rivelata ancora più coinvolgente. Ritmo indiavolato e azione vertiginosa, “Grindhouse- A prova di morte” è l’ulteriore dichiarazione d’amore di Tarantino per la settima arte, qua rappresentata nell’omaggio e nella rielaborazione di un genere cinematografico oramai estinto, ovvero quei film di serie B proiettati ripetutamente in sale minori nelle città americane. E Tarantino, nato a Knoxville nel Tennessee ma cresciuto a Los Angeles ne era un grande appassionato e da cinefilo accanito colleziona tuttora qualsiasi reperto “storico” riguardante quell’irripetibile periodo. Se in “Reservoir Dogs” e “Pulp Fiction” erano visibilmente rintracciabili tracce di un pronunciato maschilismo, in “Jackie Brown” e “Kill Bill” lo schieramento era totalmente dalla parte della donna, valorizzando l’universo femminile a livelli parossistici senza mai cadere nel convenzionalismo: in “Grindhouse- A prova di morte” le ragazze protagoniste sono continuamente e morbosamente pedinate da una compiacente macchina da presa che strizza l’occhio alle prorompenti e sensuali curve, in particolar modo alle fantastiche estremità, piedi costantemente esibiti e inquadrati ravvicinatamene dalla prima all’ultima sequenza, a simboleggiare uno sfrenato feticismo autoriale di fondo. Nulla a caso, persino quei titoli imbarazzanti di film apparentemente inesistenti che vengono nominati di continuo. Personaggi unidimensionali, su tutti la presenza encomiabile di un Kurt Russell invecchiato, solitario e sfregiato nei panni di un ex stuntman fallito, Stuntman Mike, la controfigura di tantissimi film d’azione incentrati su ipertrofici inseguimenti e scontri automobilistici. Stuntman Mike si diverte ad ammazzare le belle ragazze con la sua Chevy Nova appunto a “prova di morte”: ma se nella prima parte le cose andranno per il (suo) verso giusto, conseguentemente i ruoli si ribalteranno e il cacciatore diventerà preda e le prede cacciatori. Ci vorrebbe un glossario per enunciare le miriadi di citazioni presenti nell’opera, a partire dagli innumerevoli film omaggiati. Ma Quentin non si limita semplicemente a “mostrare”, bensì effettua una difficile rielaborazione che si estende non solo ad un genere filmico ma ad un intero lifestyle, iperbolico forse, ma infinitivamente sincero. Un immaginario qua vivisezionato nei minimi particolari, mai fine a sé stesso e raffigurato con tecniche strabilianti che sfiorano la perfezione: notevole l’uso cromatico della fotografia, il virtuosismo nelle scene d’azione ( mozzafiato l’inseguimento finale), il linguaggio spontaneo e rude paradigma di un’ exploitation che non lascia spazio a niente, dal femminismo tosto delle ragazze meritevoli di essere annoverate degne discepole di Beatrix Kiddo- La Sposa, fino al legame indissolubile tra violenza e sesso esplicitamente mostrato. Una rielaborazione analitica e postmoderna, personale e rigorosamente tarantiniana al centro per cento. Per apprezzare maggiormente la visione è comunque necessaria una ripassata generale dei personaggi e cliché tarantiniani, qua sfoggiati e ironicamente autocitati. Scorgiamo quindi il volto di Michael Parks nei panni dello sceriffo Earl McGraw già apparso ( e morto) in “Dal Tramonto all’Alba” ma “resuscitato” in “Kill Bill” e per l’occasione in un duplice ruolo. Splendida Rosario Dawson e la muscolosa Zoe Bell controfigura guarda caso di Uma Thurman in “Kill Bill”, e qui protagonista di un memorabile gioco sul cofano di una Dodge Challenger che sfreccia a velocità folle. Un Tarantino che si conferma ragazzaccio eterno Peter Pan, abile menager di sé stesso che si diverte e fa divertire: ma soprattutto un cineasta che sfugge sempre ed intelligentemente alle facili classificazioni. Marco Sorrentino

backstreet70 Film Cinema
backstreet70
8

Poco da fare, chi ama Tarantino amerà alla follia anche questo film, e chi lo detesta (almeno da dopo Pulp Fiction) non mancherà di criticare anche quest'opera. Chi scrive appartiene alla prima categoria e mette in evidenza un paio di cose: l'accusa del citazionismo estrema non regge, il suo cinema, la sua poetica è stata sempre quella del riciclaggio, della junk culture. C'è chi costruiva opere con pezzi di lamiera e ferro raccolti in una discarica, chi dipingeva quadri ricopiando prodotti di marca, chi costruisce canzoni assemblando brani vecchi e nuovi e chi come Tarantino cita, ma il punto cruciale sta nel fatto che i grandi artisti che usano questi materiali danno agli stessi un nuovo senso, una nuova collocazione, una nuova passione. Quello di Tarantino è un cinema teorico, ma non per pochi eletti bensì per tutti. Il fatto poi le eroine che vincono abbiano tutte qualcosa a che fare con il cinema (a dispetto di quelle che non la scampano) qualcosa vorrà pur dire. Altra cosa importante è ricordare che Tarantino è, tecnicamente parlando, un ottimo regista e basterebbero i veloci primissimi piani sulla bocca e le dita di Russel mentre mangia i nachos per capirlo, per non parlare degli inseguimenti in macchina o dell'incidente a metà film in cui dimostra doti in scene tecnicamente lontane da tutto ciò che ha fatto sinora. La fotografia (curata dallo stesso Tarantino) è significativa come poche volte, si passa tra tre timbri diversi, quella "opaca" anni '70 nella prima parte (ma il film è ambientato nei giorni nostri), il bianco e nero spiazzante a metà film e quella assai più luminosa nella seconda parte. Infine colpisce anche la cura dei "particolari" fuori posto, la pancetta "molle" di Vanessa Ferlito che viene messa ben in evidenza durante la lap dance non è cosa da tutti. I difetti ci sono: i 20 minuti aggiunti si sentono, molti dialoghi sono di durata eccessiva ma di fronte a piedi femminili (a iosa), lap dance, canzoni che "vestono" le sequenze, Punto zero, Russ Meyer, La macchina assassina, film italiani anni '70, Hazzard e telefilm dimenticati, autocitazioni (la biondina che cavalca la macchina è stata la controfigura stunt per la Thurman in Kill Bill) e metacinema…..cosa chiedere? Questo è cinema! Paolo Iglina

compagno_grimm Film Cinema
compagno_grimm
8

In seguito ad una lieve disapprovazione iniziale, in questi ultimi periodi, ho avuto modo di rivalutare il curioso progetto della coppia Tarantino/Rodriguez. L'episodio diretto da quest'ultimo mi aveva ampiamente convinto sin dalla prima visione, mentre "Death Proof" di Tarantino mi aveva lasciato al quanto perplesso. Assolutamente non disgustato, ma...perplesso. Effettivamente "A prova di morte" è un prodotto che non punta all'intrattenimento per mezzo delle sequenze adrenaliche che pullulano sia nella prima e soprattutto nella seconda parte del film, ma vuole coinvolgere lo spettatore con quelle che, bene o male, sono state le "carte vincenti" dei vari "Reservoir Dogs", "Pulp Fiction", "Jackie Brown" (che ancora mi lascia dubbioso), "Kill Bill" ecc., ovvero, le lunghe conversazioni, in questo caso tra ragazze, che popolavano le prime due delle pellicole appena citate che, sicuramente possono risultare prolisse e a tratti anche superflue, ma è da notare il fatto che Tarantino, nel suo script, adotta questi dialoghi per parlare direttamente con il pubblico della sua più grande passione, che, presumibilmente, per chi si cimenta alla visione di una pellicola come questa, dovrebbe essere la medesima, ovvero, il Cinema. Tra i titoli più citati dai personaggi del film ci sono ovviamente i cimeli dei 60s/70s a cui Tarantino si ispira in tutto e per tutto, come "Punto zero", "Zozza Mary, pazzo Gary", "Fuori in 60 secondi" e tantissimi altri; "A prova di morte" è, in sostanza, un "riassunto" di tutte queste pellicole che hanno contribuito a formare, cinematograficamente parlando, uno dei registi più discussi, chiacchierati e perchè no? anche venerati di Hollywood. Le sgranature, i difetti alla pellicola, le "bobine mancanti", le spettacolari automobili, le citazioni... Tutto questo è "Death Proof", e tutto questo è anche l'intero "Grindhouse" che, per la loro gioia, gli americani hanno avuto l'onore di vedere esattamente come era stato pensato da Tarantino e Rodriguez, ovvero, come un unico film della durata di oltre 3 ore che racchiudeva in sè lo stesso "Death Proof" + "Planet Terror" + i cosiddetti "fake trailer" (finti trailer) di altri registi che hanno contribuito alla realizzazione del progetto, e non come invece è arrivato da noi, VERGOGNOSAMENTE "spezzato a metà", senza i fake trailer (salvo quello di "Machete" che ha accompagnato l'episodio di Rodriguez) e senza lo spirito che caratterizzava le Vere Grindhouse americane degli anni '70 e che anche gli stessi americani hanno avuto la possiblità di riscoprire, sebbene, da parte loro, questo spirito non sia stato, in termini di incassi, pienamente condiviso. Francesco Manca

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