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Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

Foto Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo Film, Serial, Recensione, Cinema

Siamo nel 1957, in piena Guerra Fredda. Indiana Jones e il suo assistente Mac (Winstone) sono appena scampati a un poco amichevole incontro con le spie sovietiche quando fanno ritorno al Marshall College, dove Jones ha la sua cattedra. Le notizie che trovano ad accoglierli non sono affatto buone: il governo americano sospetta infatti Jones di essere in combutta con i russi ed è intenzionato a farlo licenziare dall'università. Tuttavia si apre una prospettiva grazie all'incontro con il giovane Mutt, che chiede a Indiana di accompagnarlo in una pericolosa e poco chiara missione alla ricerca di un oggetto leggendario: il Teschio di Cristallo di Akator, intorno al quale si intrecciano miti e superstizioni. I due si recano così in Perù dove dovranno affrontare numerose peripezie, complicate dal fatto che anche i sovietici, capeggiati dalla glaciale spia Irina Spalko (Cate Blanchett), sono alla ricerca del prezioso reperto.

Titolo originale
RegiaSteven Spielberg
CastHarrison Ford, Shia LaBeouf, Cate Blanchett, Ray Winstone, Karen Allen, John Hurt, Jim Broadbent, Alan Dale, Joel Stoffer
GenereAzione
Anno2008
DurataMaggio 2008
ProdU.S.A.
ProduzioneParamount Pictures, Lucasfilm, Amblin Entertainment, Santo Domingo Film & Music Video
DistribuzioneUIP
Sitowebwww.indianajones.com

Recensioni (4)

Ugo80 Film Cinema
Ugo80
6

Il tanto attesissimo nuovo e ultimo episodio della saga più riuscita della storia del cinema è finalmente nelle sale di tutto il mondo. Ritornano Spielberg e Lucas a riprendersi lo scettro di re dei bockbuster, a riportare in auge il cinema d'avventura. Iniziata nell'ormai lontano 1981 la saga dell'archeologo più famoso del mondo, poi proseguita nel 1984 con "Indiana Jones e il tempio maledetto" e "Indiana Jones e l'ultima crociata" nel 1989, dopo ben 19 anni Indy torna con qualche capello bianco in più ma con la voglia di avventurarsi come ai bei tempi e noi con lui anche se comodamente seduti nel buio di una sala di proiezione con l'intenzione mai celata di abbandonarsi (ripeto) per l'ultima volta ad un tipo di cinema che ormai fa parte del passato. La nostalgia è ciò che si prova guardando questo film, che ha la sua ragion d'essere nel dipendere in maniera assoluta dai precedenti episodi, dove altrimenti autonomamente il film non reggerebbe risultando privo di senso, previo riscrittura. Inutile soffermarsi su quanto il cinema sia radicalmente cambiato e come anche Spielberg nel bene e nel male lo abbia seguito. Il periodo di Duel, Jaws, Sugarland Express e Close encounter of third kind rappresenta probabilmente il migliore risultato della carriera di Spielberg e in seconda battuta il periodo degli anni 80 dove in conseguenza delle critiche ricevute per la "presunta" leggerezza dei suoi film rispose con film di maggiore impegno, con alterno risultato ma che testimoniavano lo sforzo raggiunto (L'impero del sole, Always, Il colore viola, Schindler's list) senza perdere però di vista blockbuster come Jurassic Park, Hook e ovviamente il terzo e momentaneo 'ultimo' episodio di Indiana Jones. Di questi ultimi Indiana è stato sempre una spanna sopra ai poco convincenti Jurassic e Hook. Ma questa fase era ormai transitoria. Forse stanco di girare film "leggeri" e preso dai suoi impegni di produttore e in quegli anni fondatore della Dreamworks, una delle più in vista case di produzione nate da un regista e non dalle corporazioni, negli anni '90 i film che si ricordano maggiormente sono Schindler e Salvate il soldato Ryan. Di questo cambio di registro se ne sono accorti un pò tutti ma è erroneo definirne un cambio netto e radicale, poichè questa consapevolezza dei propri mezzi è stata acquisita nel corso degli anni attraverso la maturazione tipica dell'adolescente che diventa adulto. E Spielberg è l'esempio più evidente e di maggior prestigio. Gli anni 2000 sono il risultato di questa maturazione (anche se abbiamo avuto i primi e migliori esempi a cavallo fra 80/90) li troviamo nei vari I.A. (tratto da un adattamento di Kubrick), Minority Report, Prova a prendermi, The Terminal, La guerra dei mondi, Munich. Un film all'anno, un'iperproduttività che è però inversamente proporzionale alla qualità. In questi anni infatti qualcosa si è perso, qualcosa è andato "perduto". E' andata persa quella magia e quel tocco che rendevano i suoi film unici. La capacità di entrare nell'immaginario collettivo. Un cinema che risvegliava le nostre paure inconsce popolato da paure palpabili (Duel), e freudiane; il mistero e l'oscurità del mare popolato da un universo insondabile (Lo squalo). I suoi ultimi film non hanno più quel mordente che ha caratterizzato il suo cinema per più di un lustro, in poche parole "non graffiano" e non lasciano un segno nè sociale nè tantomeno cinematografico, mancando per così dire di quella nitidezza che rendeva ogni scena un'emozione ineffabile. Opere senili? forse. Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo si pone in una situazione diversa un pò come La guerra dei mondi: è gustosamente cinefilo e riprende a manbassa gran parte dei suoi film e i riferimenti ai classici si sprecano ma a differenza de La guerra dei mondi (film scadente sotto ogni punto di vista) dimostra una maggiore sapienza cinefila. A maggior ragione poichè è un film che deriva dal personaggio che ha contribuito a creare e non rifacendo pedestremente il classico degli anni 50. Di questi tempi e in mancanza di idee, copiare se stessi (i riferimenti ai Predatori si sprecano) dimostra che è la cosa più onesta da fare. Meglio un film ben copiato che uno strafalcione privo di sostanza. Ma dopo tutto che male c'è. Gran parte del '900 si è costruito attorno a dei dogmi e a luoghi comuni già consolidati. Perchè allora non ri-scrivere? Solo perchè esistono già dei poemi sull'amore non vuol dire che non se ne possano scrivere più. La storia quindi si ripete come giusto che sia reinventandosi almeno secondo dei codici più consoni ai linguaggi attuali. Che poi abbiano un valore più o meno culturale rimane da stabilire proprio perchè già il primo capitolo era una reinvenzione del genere 'avventura'. Il film quindi in virtù del "richiamo cinematografico" lascia delle simpatiche emozioni essendo molto ironico e non privo di autentici colpi di scena. Siamo circa vent'anni dopo l'ultima apparizione del prof. Henry Jones Jr. negli anni '50 in piena guerra fredda. Stavolta ci sono i russi come spauracchi con a capo una affascinante Cate Blanchette con quei capelli a caschetto che rese celebre "il vaso di pandora" (1929). Accompagnato da un ragazzo con motocicletta (Il selvaggio), Indy si mette alla ricerca di un misterioso teschio di cristallo la cui origine è sconosciuta e dalla forma poco terrestre. Chiunque di voi ha mai visto un film di Spielberg avrà già capito uno dei suoi temi ricorrenti, sua vera ossessione. Ben scritto con alcuni dialoghi azzeccati: "Ma tu sei un professore?" dice il ragazzo, "Qualche volta!" risponde il celebre avventuriero. Non mancano le consuete scene d'azione, alcune di esse al 'cardiopalmo', ma sempre rispettose della narrazione. Infatti la regia è sobria e quasi mai sopra le righe come spesso si assiste nei film odierni. La musica fa il suo dovere anche se i nuovi temi sono un pò anonimi, mentre i classici sono riconoscibilissimi. Il tema principale poi è armonizzato in alcuni frangenti con delle curiose armonie dissonanti, un'ulteriore riprova del genio di Williams dove non si adagia a riproporre la medesima struttura melodico/ritmica. Gli effetti speciali ci sono, ma sono parsimoniosi e sempre in funzione della storia, che, ripeto, è ormai trita. Tuttavia le emozioni ci sono e non nascondo l'ammirazione per un personaggio che è cresciuto nell'infanzia di molti compreso il sottoscritto e che lascia dietro di sè una sottile vena nostalgica, conscio che sarà l'ultima sua apparizione. Dopo tutto il professor Henry Jones Jr. meglio noto come "Indiana Jones" la pensione se l'è meritata. Ugo Gianfreda

Superficie 213 Film Cinema
Superficie 213
4.5

Inutile - cinematograficamente parlando ma non commercialmente ,visti i soldoni che ha fatto (ri)guadagnare alla premiata ditta Lucas-Spielberg - ritorno su grande schermo di un'icona cinematografica degli anni '80 ,che,purtroppo, piu' che intenerire o divertire fa' veneire una bella tristezza ,e che conferma ancora una volta la crisi creativa che Hollywood sta - gia' da qualche annetto... - passando. Spielberg dirige senza alcuno spunto distinitivo,le sue riprese sono ormai simili a quelle di mille shooter e non riesce ad imprimere il giusto ritmo ad una pellicola eccesivamente caricata e senza un vero filo conduttore a livello narrativo. La sceneggiatura e' un gaccozzaglia di roba vista mille volte e senza un'idea davvero brillante,i colpi di scena sono fiacchi e telefonati e l'eccessivo uso delle scene d'azione per allungare la brodaglia non fa altro che stancare e rendere il tutto simile ad una parodia. Di certo non giova la prova di un Ford ormai davvero inadatto - le scene dove salta,vola e scazzota sono davvero trash... -, del reinserimento nella trama della prima fiamma di Jones , dell'insopportabile figlio e di una Blanchett caricatissima e simile piu' alla Natasha di Rocky e Bullwinkle che non ad una spia russa. Gia' i russi,che tornano cattivi ed anche un po' stupidi, in quella che sembra una riedizione della Guerra Fredda ,purtroppo pero' fuori tempo massimo. Insomma,un filmone pieno zeppo di effetti ,stunt e cazzatone,che non si salva neanche con l'ironia,visto che le battute sono spente e senza forza. Men che mediocre il nuovo Jones perde col tempo ogni fascino e diventa l'ennesimo filmaccio avventuroso come ce ne sono altri mille. Federico Frusciante

Michael Vronsky Film Cinema
Michael Vronsky
6.5

Era dai tempi di “Jurassic Park” che Steven Spielberg non imponeva una così massiccia e consistente campagna promozionale ad un suo film, abilmente adeguata ad un merchandising che non arretra dinnanzi a nulla. A distanza di diciannove anni torna quindi l’archeologo più amato della storia del cinema, quell’ Indiana Jones alias Harrison Ford, cappello in testa e frusta in mano, ineluttabilmente invecchiato ma ancora arzillo come non mai. A furor di popolo torna quindi ad addentrarsi in incredibili avventure come ai vecchi tempi. Ma rispetto ai tre precedenti capitoli, “Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo” regge il confronto? Constatando l’affluenza alle sale le aspettative non sarebbero rimaste deluse. Almeno in parte. Il quarto film della serie mostra evidenti difetti ma tutto sommato riesce sempre a divertire e ad appassionare: merito di un cast affiatatissimo, senza dubbio. Troviamo quindi oltre al mitico protagonista, l’agguerrita Marion/ Karen Allen, John Hurt, Jim Broadbent, Ray Winstone, e soprattutto, due new entry d’eccezione: Shia LaBeouf nei panni di Mutt Williams, l’adolescente scavezzacollo inconsapevole figlio di Indiana, e Cate Blanchett in quelli di Irina Spalko, implacabile e glaciale colonnello dell’esercito russo alla forsennata ricerca del leggendario teschio di cristallo di Akaton, nascosto nelle terre più remote del Perù, laddove su fronti paralleli ma per ragioni diametralmente opposte anche Indiana Jones e Mutt seguono la stessa pista. “Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo” non ha la compattezza e la fluidità narrativa de “I Predatori dell’Arca perduta” e “L’ultima Crociata”: la trama è esile e risaputa, più accostabile sicuramente a “Il Tempio Maledetto”, dove l’azione regnava sovrana ed i semplicismi erano maggiormente evidenti. La sceneggiatura di David Koepp mostra soprattutto i suoi limiti in un finale ridondante e posticcio, dove più di un genere ( il soprannaturale, il fantascientifico, il filosofico) si sovrappongono in maniera confusa e fracassona, sfociando in perplessi incontri ravvicinati del terzo tipo: sinonimo inequivocabile di smaccata autoreferenzialità? Con sagacia e bravura Steven Spielberg strizza l’occhio al passato: il logo della Paramount nei titoli di testa è rigorosamente Old Style, in perfetta sintonia con lo stile rètro che ammanta l’intera pellicola. Shia LaBeouf irrompe con il giubbotto simil Marlon Brando ne “Il Selvaggio”, stessa sfacciataggine. Si averte la mancanza di Sean Connerye e le deliziose schermaglie padre/ figlio. Le scene d’azione sono ottimamente congeniali, Spielberg si afferma ulteriormente come straordinario mise en scène e grandissimo cineasta dall’encomiabile talento virtuosistico: la mezz’ora d’inseguimento nella giungla resta una perfetta commistione di tecnica ed arte cinematografica. La già sopraccitata Cate Blanchett è strepitosa, ed i nemici di turno, i russi, sono (volutamente) caricaturali e ridicoli. La morale finale, ovvero che il vero tesoro dell’umanità è la conoscenza, è alquanto scontata. Ma l’ultimissima sequenza è un vero e proprio colpo di genio: dovunque voli e chiunque raccolga quel cappello, l’unica certezza è il sapere chi lo indosserà. AD AETERNUM.Marco Sorrentino

scapigliato Film Cinema
scapigliato
8.5

Quando Indy incontra E.T. Spielberg ce l’ha fatta: ha commistionato le sue due più celebri ossessioni, la serie dell’archeologo avventuriero e gli alieni da “E.T.” a “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”. Manca qualcosa di “Jurassic Park”, ma credo che tutte le “archeologie” del film possano valere in quel senso. Il film, come si erano prefissati fin dall’inizio, ricorda più il modo di fare film degli anni ’80, l’epoca del dottor Jones, che i nuovi filmoni tutto fumo e niente arrosto. L’avventura rocambolesca, piena di ironia e con un gran gusto plastico per cadute, piroette, esplosioni, salti, pugni e sparatorie è la stessa smagliante avventura dei tempi d’oro. Un’avventura molto slapstick che non concede nulla alle facilità visive di oggi: niente ipermontaggio, niente videoclip, niente patinature, niente inquadrature da serial televisivo, qui si torna a parlare il grande cinema d’avventura. Negli ’80, Indy Jones incarnava il mito opposto dei Rocky e dei Rambo e dei Terminator che prolungavano ad Hollywood il braccio repubblicano di Washington. Anche pur non essendo dichiaratamente di sinistra (quella americana poi, che è tutto dire), Indy suscitava ben altri scenari e ben altre immaginazioni rispetto agli altri personaggi del decennio edonista. Purtroppo, questo quarto episodio, è diretto dallo Spielberg post-Schindler, che a me personalmente non piace e con cui ho ben poche idee da spartire: retorico, nazionalista, moralistico, accomodante. In più ci si è messo il Re Mida George Lucas a cui non andava mai bene un copione, come a Spielberg e a Ford. Il risultato sono una serie di infelici considerazioni sul comunismo, con un invito dello stesso Indiana a votare Eisenhowere. Ok l’ambientazione da guerra fredda, ma è tutto comunque molto ridicolo. Per fortuna il film s’ha appagare con ciò per cui è nato: l’avventura. Non c’è scena che non diverta e che non appassioni. Tutto è votato al gioco avventuroso ed esotico (con il viaggio in aereo replicato sulla mappa come ai bei tempi), che oggi molti film, che per avventurosi si spacciano soltanto, non sono in grado di ricreare. Il digitale c’è, ma non troppo. Peccato per quei cani delle prateria e per quelle scimmiette rifatte in digitale che sono penose. Purtroppo il finale fantascientifico è qualcosa di orribile. Non per il contenuto in sé che è invece eccitante, ma per come è stato raccontato visivamente: troppo esagerato e troppo digitalizzato. Il momento migliore, il più ispirato è tutto quello legato all’arrivo delle gigantesche formiche rosse, che sembra il segmento di un bellissimo beast-horror, così come molto nero dalle tinte appunto orrorifiche è la sequenza al cimitero Maya, mentre il momento più simpatico è quello delle sabbie mobili. Ma tutto il film è decente, a parte il nauseante americanismo di fondo (strano che Spielberg non fa sventolare nessuna bandiera...), ed è grazie solo agli attori in grandissima forma che l’avventura non ruba la scena ai personaggi. La rediviva Karen Allen, la cattiva Cate Blanchett in versione dominatrice sadomaso, ma è un personaggio che in fondo non dice nulla se non esteticamente, il doppio-triplo giochista Ray Winstone che sostituisce Rhys-Davies, e Jim Broadbent che sostituisce l’insostituibile Marcus Brody. Su tutti però, ci sono loro: Harrison Ford perfetto, e Shia LeBouf che non solo gli tiene testa, ma si conferma il più grande attore della Mid-Generation. Una presenza scenica notevole, un’abilità fisico-espressiva che non ha rivali, ed in più è genuino, diretto, per nulla prefatto o artificioso. Lo stesso Ford è così vero, naturale, picaresco. Indiana Jones non può che essere lui, e lo ribadisce proprio a Shia LeBouf alla fine del film con un gesto inequivocabile. Mauro Fradegradi

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