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Into the wild

Foto Into the wild Film, Serial, Recensione, Cinema

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Christopher McCandless appena laureato, decide inspiegabilmente di abbandonare tutto per intraprendere un viaggio che lo porterà attraverso esperienze e luoghi che lo cambieranno per sempre.

Titolo originale
RegiaSean Penn
CastEmile Hirsch, Vince Vaughn, Kristen Stewart, William Hurt, Marcia Gay Harden, Hal Holbrook, Catherine Keener, Jena Malone
GenereAvventura
Anno2007
Durata148' / 25 Gennaio 2008
ProdU.S.A.
ProduzioneParamount Vantage, River Road Films, Art Linson Productions, Into the Wild, River Road Entertainment
DistribuzioneBIM
Sitowebwww.intothewild.com

Recensioni (5)

carmilla Film Cinema
carmilla
7

Christopher McCandless appena laureato, decide inspiegabilmente di abbandonare tutto per intraprendere un viaggio che lo porterà attraverso esperienze e luoghi che lo cambieranno per sempre. Chris McCandless è ad un bivio, da una parte il brillante futuro che la laurea ed i soldi della sua famiglia gli possono assicurare, con tutto quello che la cosa può significare: appiattimento, consumismo, condivisione dei valori con i suoi genitori, e dall'altra la libertà di essere quello che sente. Ovvio che nonostante i pericoli, o forse proprio per quelli egli sceglierà la sua strada, un percorso indicato da milioni di libri e intrapreso da moltissime persone prima di lui. Il sogno americano di stabilità economica ed inserimento nella società diviene incubo nella misura in cui, negli anni di Bush senior la situazione politica non invita certo all'ottimismo, e spesso condividere i valori dei propri genitori, vuol dire diventare come loro. Chris non ha molta scelta, essere come suo padre non lo alletta minimamente, e sceglie di andare via. Il suo “ un addio definitivo, regala i suoi soldi, abbandona a met“ la sua macchina, nascondendone le targhe, e semplicemente sparisce. Si d“ un nuovo nome, Alex Supertramp, e nasce di nuovo in compagnia di una coppia di hippies che gli d“ un passaggio e lo accoglie nel suo accampamento, a Slab City in California. L'adolescenza lo vede ancora sulla strada, nel South Dakota e poi ancora via fino in Alaska, dove l'et“ adulta lo coglie e il suo pellegrinaggio durato due anni lo induce finalmente a fermarsi da qualche parte, da solo in contatto con la natura selvaggia e con l'unica compagnia dei suoi libri. Tratto dal libro di Jon Krakauer ispirato ad una storia vera, il film, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, parla al cuore di tutti quelli che nella vita, almeno una volta si sono chiesti davvero cosa volevano essere. Il personaggio di Chris non “ altro che la parte di noi che vuole vivere, semplicemente cos“, cercando dentro di s“ e nel mondo il senso della propria esistenza. Il prezzo che pagher“ sar“ molto alto, ma nulla ci lascia immaginare che se ne sia pentito, anzi il messaggio di tutto quell'affannarsi in giro per il mondo sar“ che "la felicit“ esiste solo se la puoi condividere". Chris diviene Alex per scelta e, sempre di sua volont“, abbandona tutte le perone che ha incontrato sulla strada e che, in qualche modo lo hanno amato. La sua ricerca ha un che di estremo solo nel momento in cui egli decide per la solitudine, e sar“ paradossalmente quella ad aprirgli la mente, anche se in maniera imprevedibile. Sean Penn riesce a rendere ancora convincente il viaggio di formazione molti anni dopo Kerouac, il suo personaggio, un sensazionale Emile Hirsh, rappresenta la contraddizione di un sistema sociale che condanna all'irreversibilt“ ogni decisione circa il proprio futuro, nel momento stesso in cui si consegue il primo risultato. Chris semplicemente non intende barattare la propria possibilit“ di scelta con un inutile auto nuova, regalo che i suoi genitori hanno pensato per il conseguimento della sua laurea. Incompresibilmente, almeno agli occhi dei suoi, egli decide di non aver bisogno di un'auto nuova, ma di una cosa molto poco consumistica, la libert“ di essere ci“ che sente e non quello che sta diventando seguendo i binari tracciati su cui cammina da anni. Il racconto si dipana avvincente tra la semplicit“ degli intenti di Chris e la profondit“ dei rapporti affettivi che egli lascia cadere dietro di s“, in una rappresentazione visiva dell'alienazione che sembra colpire chi non si vuole semplicemente omologare e sceglie l'esilio che purtroppo lo distrugger“. La scelta di raccontare in maniera non lineare rende la storia vivace ed interessante, mentre l'empatia col personaggio “ suggerita solo attraverso i sentimenti che egli involontariamente instilla in quelli che incontra sul suo cammino. L'interpretazione perfetta di tutti i comprimari rende credibile e nel contempo struggente il segno che Chris lascia dietro di s“, in persone semplici che lo amano per quello che “, e non per i risultati che potrebbe conseguire se solo volesse. La regia minimale e le bellissime scene della natura selvaggia rendono incantevole il racconto di una storia poetica e per molti versi comprensibile, nel momento in cui la scelta che si pone “ quella antica e mai risolta tra avere o essere. Anna Maria Pelella

Michael Vronsky Film Cinema
Michael Vronsky
10

Chiudere gli occhi. Lasciarsi andare. Staccare qualsiasi contatto col pruriginoso mondo circostante. Liberarsi da quest’inarrestabile onda anomale, deprecabile e malvagia, di un consumismo onnipresente volto solamente a distrugger(si). Concedere il proprio corpo, la propria mente, al catartico battito di una pura quanto appagante emozione. Farsi trasportare dal fascino sinuoso e suadente della natura incontaminata. Emile Hirsch alias Christopher McCandless, ventiduenne del South Dakota fresco di laurea e con una promettente carriera dinnanzi a sé che, all’inizio degli anni ’90, decise di donare tutti i suoi risparmi in beneficenza e partire per il nord, nelle terre selvagge, tagliando qualsiasi legame con la propria famiglia. La forza magica e dirompente di questa quarta pellicola diretta da Sean Penn sta nella sua semplice eppur encomiabile raffigurazione dell’immaginario naturalistico. Per Sean Penn la natura è sinonimo di maestosità, purezza ed intoccabilità. Non prevaricazione. Le riprese sugli infiniti spazi aperti, sulle distese, le cime innevate, gli scorazzanti animali selvatici, servono ad intensificare maggiormente il concetto: la natura intesa come “meta liberatoria”. Nel viaggio di Christopher si intravede una fuga dalla soffocante prosaicità e dalla frustrazione familiare, ed una ricerca estenuante sul reale senso della vita: “Into The Wild” è uno struggente road movie, appassionante, sincero e ribelle, colmo di una prorompente anticonvenzionalità condita da forti reminescenze spirituali, di una spiritualità laica. L’intero film è permeato da una profonda quanto toccante umanità che contraddistingue tutti i personaggi con la quale Christopher entra in contatto. E’ sulla base di questo fondamentale aspetto che si sofferma l’attenzione del regista: la necessità di un dialogo tra gli esseri umani. Ma non solo. In “Into The Wild” si riflette anche un consistente atto d’accusa all’ establishment statunitense, quale ostentato simbolo di capitalismo. Di notevole impatto le contrastanti immagini della virginea natura selvaggia che efficientemente Sean Penn amalgama con l’irrefrenabile flusso umano di una contemporanea megalopoli. Ecco che lo spaesamento del protagonista al cospetto di questa macroscopica dissonanza assume livelli parossistici conseguenti a quel celebre ed infausto messaggio di Bush Senior alla nazione in cui annunciava, con imperterrita tranquillità, l’entrata dell’America nell’allora prima guerra del Golfo. Seguito da una trascinante colonna sonora e da un’incantevole fotografia, “Into The Wild” scorre liscio come l’olio, pone domande, induce a riflettere: coadiuvato da un affiatato cast corale che oltre al sorprendente Emile Hirsch vede primeggiare una bellissima Kristen Stewart, una simpatica e tenera Catherine Keenar, e soprattutto, un eccezionale Hal Holbrook in uno dei ruoli più intensi e commoventi che il cinema ci abbia mai regalato negli ultimi anni. E sulle ali di splendidi aforismi esistenziali Christopher farà i conti con le avversità del destino, constatando che l’uomo, appunto poiché insignificante dinnanzi all’ incommensurabilità, possiede i suoi limiti nell’affrontare una sfida così dura ed impervia. LA FELICITA’ NON E’ TALE SE NON E’ CONDIVISA: e quell’ultimo sguardo inanime rivolto al cielo, perfettamente inquadrato da una straordinaria ripresa in soggettiva, è l’ulteriore dichiarazione d’amore di colui che, consapevole del rischio, ha scelto di amare la natura più di sé stesso. Uno straordinario poema visivo di ancestrale purezza.Marco Sorrentino

backstreet70 Film Cinema
backstreet70
8.5

La storia di un ragazzo che vuole sapere chi è e nel momento in cui le istituzioni non sanno dare risposte: la famiglia è una facciata dietro cui si nascondono segreti, indifferenza e violenze, la società mantiene lo status quo di impotenza e conosce solo numeri e documenti, le cerca da solo. Il film è un'opera di crescita e presa di coscienza, gioca a carte scoperte dicendocelo già dall'inizio, arrivando a conclusioni per nulla banali. Le coordinate sono subito fissate: la natura è l'es (anche padre), il magic bus è l'io ( anche madre, infatti è un ventre vero e proprio) e Supertramp è il super io. Un paesaggio che si mostra da subito immenso e padrone, ricco come lo è l'animo del personaggio e che svela la sua pericolosità facendo scoprire allo stesso la verità che cercava: "La felicità è tale se condivisa". Un finale toccante come pochi immerso in una natura NON indifferente. Il resto è il racconto di una rinascita e crescita che passa attraverso un rifiuto (ma non odio) verso le istituzioni, un (a tratti) incosciente valzer con la natura (la discesa in canoa è praticata come uno sport estremo) appoggiandosi su un concetto di fede sincero e post-cristiano. Penn ha lavorato molto sul territorio, la lista dei luoghi in cui il film è stato girato è impressionante, in alcune scene cade nel manierismo come nella sequenza in cui Alex balla con i cavalli in controluce ma il più delle volte mostra una invidiabile originalità nella ripresa di paesaggi già mostrati in centinaia di film. L'uso del montaggio parallelo rende il film più dinamico, gli "schizzi" di metacinema sparsi qua e là (Alex che digrigna i denti verso la telecamera) creano un'unione tra l'opera filmica e il documentario (quasi il film fosse un racconto delle fatiche nel girarlo), la fotografia cerca il più possibile di caricarsi più luce possibile (le scene a L.A. nel loro buio sono inquietanti) e la musica e voce di Eddie Vedder sono un accompagnamento anche filosofico oltre che musicale (grazie ai traduttori che hanno deciso di lasciare i sottotitoli). Al suo 4 film e ½ Penn ha raggiunto una maturità invidiabile, ha cercato per quasi dieci anni di farsi cedere i diritti del romanzo e quando c'è riuscito si è buttato con amore e passione in una lavorazione che non deve essere stata facile. Un plauso anche all'intepretazione di Emile Hirsch che è il vero volto nuovo del cinema americano (da [ri]scoprire in "The lords of dogtown" e " Alpha dog"). Paolo Iglina

scapigliato Film Cinema
scapigliato
10

“Into the Wild” ovvero “Datemi la verità”. Il film che mancava. Il film che racconterebbe la mia vita (e lo fa in un certo senso). Il film che ti apre il cuore. Il film che si ribella, si autodistrugge, si ama da solo nel rifiuto del compromesso. Il film che commuove senza l’uso del patetico, dell’enfatico e della retorica. Sean Penn, il miglior regista americano, secondo solo a Clint Eastwood, concede la visibilità autoriale ad una storia radicale, tipica americana, ma così lontana dall’America di oggi da non essere più ascoltata, percepita, seguita e compresa. Il grande director invece, sottoscrive la filosofia e la rabbia del giovane Chris McCandless, che agli inizi dei ’90 lasciò tutto, in barba alle convenzioni sociali, e visse da uomo libero. Senza compromesso. Io sono un ragazzo pratico. A chi mi chiedesse cosa farei per risolvere il problema del traffico risponderei “Usate la bici!”. In “Into the Wild” c’è tutta l’idea dei ’70, dallo spirito al linguaggio cinematografico. Emerson, Kerouac, Thoreau, London: nomi che si inseguono letterariamente tra le pagine del testo filmico impregnato di rocce, sabbia, polvere, acqua, neve, sole e bestie varie. Libertà, quella vera, non quella edulcorata di oggi che fa troppo spesso rima con comodità. Verità, quella che ha anche il sapore della sconfitta e del dolore, ma basta che non sia menzogna. Lo Stato, le Istituzioni, la Chiesa, la Famiglia, la Scuola, la Patria, escono tutte con le ossa rotte. Non ci sono partiti, né dogmi, né confessioni, né banche e nemmeno un briciolo di capitale. Nella verità radicale che cerca McCandless non c’è spazio per tutte queste menzogne. “Into the Wild” è un film urgente. Un film che oggi serve a distinguere coraggio dal quieto vivere. Distinguerli una volta per tutte. Molti credono che essere liberi voglia dire di potersi permettere la macchina di gran lusso, la vacanza esclusiva, in perfetto stile radical chic. In realtà bisognerebbe chiedersi se certi prodotti sono necessari. O se sono solo un’inutilà che però ci fa sentire sicuri, certi, a posto con noi stessi. Cos’è esistere? É possedere. Questo oggi ci viene insegnato da qualsiasi canale informativo. Guardate “Into the Wild” e vedrete che esistere è esattamente quello che vuole dire: esistere. Non un significato di più, non un significato di meno. Attraverso l’episodicità kerouachiana, i topoi del viaggio, i luoghi e le persone che compongono il paesaggio umano, Sean Penn, e con lui Emile Hirsch, e con loro Christopher McCandless, ci porta attraverso l’America spirituale, quella che ha creato una controcultura, quella che vive per una strada che va ad ovest, e non in accezione anti-orientale. Ancora una volta è “la strada”. Ancora una volta è quella lingua di asfalto che è di tutti e di nessuno, che è ogni luogo e nessun luogo, è ancora lei a determinare la Verità: né le chiese, né i partiti, né le banche, né lo Stato. É la strada. É lì che trovi Dio. É lì che trovi l’uomo, a sua immagine e somiglianza. E benchè ogni tanto si sfiori la posa retorica, il film di Penn riesce ad annullare quell’intrusione, e scaglia contro il capitalismo e il consumismo di tutto il mondo, tutta la rabbia e la ribellione non solo del vero “pioniere”, mezzo hobo e mezzo rodie, Chris McCandless, ma anche la sua, dopo almeno 28 anni di onorato dissenso (da “Taps” in avanti). In più Penn trova in Emile Hirsch, il miglior hobo della nostra vita, il megafono giusto per urlare, amplificata, la sua rottura, la sua posizione e la sua rabbia giovane mai sopita. E la cosa più bella è che Hirsch ci crede! Lo crede così forte che le rapide del Colorado non gli interessano; che i soldi se li brucia; che all’amore non lo vuol fare. Nuova icona dell’uomo etico, Hirsch, ha il fisico giusto per sopportare un mutamento carnale quanto spirituale, e diventare l’amore proibito, adolescenziale, che tanto vorremmo. É l’uomo che va per la sua strada. É l’uomo che ama, ma se lo tiene per sè. É l’uomo che affronta, sfida e gioca con la Natura. É l’uomo junghiano, il ribelle, il singolo individuo che non molla, che va per la sua strada. É l’adolescente perpetuo. É l’uomo fatto non della polvere delle stelle, ma di quella della strada. L’amata strada. Che amiamo e odiamo, madre di gioie e dolori: madre della Verità. Non la verità posticcia, quell’impalcatura di nobili valori come il militarismo, la patria e la famiglia, da cui oggi arrivano gli orrori più atroci e mai condannati in nome di una menzogna che in molti hanno ancora il coraggio di chiamare Dio, ma bensì la Verità primitiva, nata con l’uomo e all’uomo connaturata, intrinseca, non appiccicata a posteriori da legislatori e confessori. Dio è là, su quella strada, non nel paramento orpellato. Emile Hirsch, che con “Into the Wild” appare al grande pubblico proprio quando scompare l’impavido Heath Ledger (mese più mese meno), ci fa sentire meno soli. E diventa un re che piange, là nel momento più alto del film: l’incontro nel deserto utahiano con Hal Halbrook: e il cuore vola, prima di inclinarsi contento. “Into the Wild” restituisce il classicismo solido eastwoodiano, modificato dallo spessore moderno di Penn, autore radicale, scomodo e necessario, attraverso gli stilemi e i temi cari al mai dimenticato controcinema americano dei ’70: il cinema più bello del mondo. Abbiamo più di quello che ci serve. “Società”, dice una canzone del film firmata Eddie Vedder dei Pearl Jam, “sei una razza folle, spero non ti sentirai sola senza di me”. Il regista e l’attore, una relazione quasi simbiotica. Il primo dirige e fa sì che il racconto, antinarrativizzato, proceda vero; il secondo lo incarna. E come lo incarna. Hirsch merita tutto l’affetto e la stima di chi ne capisce di recitazione, e soprattutto di umanità ed etica. Con Penn si parla di neo-umanesimo. Diamogli il termine che vogliamo, ma non dimentichiamoci che il suo “marginalismo” (dico io), è radicato nell’etica più vera, quella vera umanità che ha fatto grande il pensiero dell’uomo libero. Oggi, tra ingranaggi di potere e aspirazioni plastificate di pura apparenza, muore l’uomo libero. Con lui muore il mondo. Ma non muoriranno i pensieri, le incazzature. Le rabbie resistono, e l’uomo sofferente vive in libertà e verità, come un Cristo. Lo stesso cristo che Hirsch interpreta alla perfezione nel suo martirio, nella sua personale e selvatica passione: la ricerca del cibo, la difesa dal freddo, la corsa sui treni, il locus horris della metropoli, la secca del deserto, lupi, orsi e alci da cacciare, rapide e fiumi in piena da attraversare. Su tutte queste fatiche, la più difficile è la riconciliazione con sé stesso. Nel vecchio Ron, ovvero l’ormai ottuagenario Hal Holbrook, Hirsch/McCandless non trova la riconciliazione con sé stesso e con l’altro, nè tantomeno con la famiglia. Quest’ultima resta il più grande covo di vipere e menzogne dell’epoca moderna, nutrice di mostri e di arrabbiati vari che seguono l’autodistruzione come un presagio. Il vecchio gli chiede di poterlo addottare, di poter essere suo nonno. Le lacrime anticipano le parole, ma Hirsch impietoso, dissente. Maschera tutto con un “poi dopo ne riparleremo”, ma non vuole risolvere il suo groviglio. La fuga lo attende. Nemmeno la bellissima Kristen Stewart riuscirà a trattenerlo nella civiltà, mancando pure un appuntamento di puro sesso giovane. L’asceta Hirsch non ci sta, la rifiuta: lui deve andare. Che questo nascondi un segreto onanismo è un’interpretazione che mi piace, perchè tutto porta nella direzione dell’uomo solo, che gode del sé nel momento in cui il sé si realizza solitario, contro tutto e tutti, dichiarando la sua vittoria e palesando la sconfitta del sistema. Ma come la critica fa notare, Sean Penn non fa un film puramente elegiaco sulla ribellione radicale di McCandless, a rischio di fare una pellicola solo politica, ma va oltre e ne evidenzia con ferocia e cattiveria di immagini, tutti gli errori che tale radicale antagonismo sociale comportano. Come dice bene Raffaella Giancristofaro, prima Sean Penn esalta il ritorno francescano ad un vita persa, corrotta dal sistema capitalistico, “poi fa a pezzi l’apologia dell’intellettuale non integrato, della solitudine fine a se stessa, e rivela l’inutilità pratica dei classici e dei manuali di sopravvivenza davanti all’urgenza di saper conservare la carne di un preda”. É vero. Penn compie questa operazione. Ma davvero la pensa così? O così è stata la reale vicenda di Christopher McCandless, e altro non si poteva fare? Io credo comunque, che ben vengano questi errori. Io amo questi errori. Allora sia. L’intellettuale non integrato e la solitudine fine a se stessa, che io stesso condanno come rapporti sterili di incomunicabilità, devono esistere. Devono esserci. E perdere o vincere non importa. Non importa dove si arriva. Ciò che conta è andare. Lo diceva Kerouac, lo dice oggi Sean Penn con la storia beata di Chistopher McCandless, ovvero “Emile Hirsch che incontrò Hal Holbrook”. Mauro Fradegradi

ceo_85 Film Cinema
ceo_85
6.5

Che Into the Wild sia un gran bel film non c'è dubbio, ma tanto è vero questo quanto la personale delusione che è derivata dopo averlo visto. Non fraintendetemi, Sean Penn è stato grande, così come Emile Hirsch, protagonista perfetto. La cosa che non convince del tutto è proprio la storia vera da cui è tratto. Ciò che manca è la crescita interiore del personaggio, che non si evolve se non alla fine alla sua morte, capendo la banalità del significato della sua incredibile impresa, ma questo probabilmente è un commento tanto personale quanto difficilmente condivisibile. L'amaro in bocca che resta non va via nemmeno con la lettura del libro, ovviamente più dettagliato ma senzaltro meno d'impatto. Il motivo, l'idea, e mezzi e il viaggio del protagonista percorrono una via unidirezionale senza voltare o incresparsi mai. Penn punta molto sulla suggestione che risulta imponente grazie agli ambienti mozzafiato accompagnati da una delle colonne sonore più belle degli ultimi anni. Il doppiaggio non aiuta, soprattutto si perde la buona prova di Jena Malone, voce narrante dell'intero film. Ultimo ma non minore difetto è la durata della pellicola, a tratti eccessiva da risultare pesante, per una storia in cui solo le immagini dei paesaggi e i primi piani del giovane protagonista valgono il prezzo del biglietto. Cesare Mangione

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