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Non Aprite Quella Porta

Foto Non Aprite Quella Porta Film, Serial, Recensione, Cinema

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Nello stato del Texas le autorità sono preoccupate per le profanazioni susseguitesi nel cimitero di Newton ove a diversi cadaveri sono stati amputati gli arti e la testa. Nella allucinante regione giungono per un week-end cinque giovani a bordo di un furgoncino: Sally e Pamela, le ragazze; Jerry e Kirk, i rispettivi ragazzi; Franklin, fratello di Sally, immobilizzato su una carrozzella. Essendo rimasti a corto di benzina e avendo trovata la casa del nonno di Franklin del tutto inabitabile, i componenti della giovanile spedizione raggiungono separatamente e successivamente una casa abitata da una famiglia di macellai assassini...

Titolo originale
RegiaTobe Hooper
CastAllen Danzinger, Marilyn Burns, William Vail, Jim Siedow
GenereHorror
Anno1974
Durata87 '
ProdU.S.A.
ProduzioneTobe Hooper, Lou Peraino
DistribuzioneBryanston Distribuiting Company, New Line Cinema (re-released 83'), Blue Dolphin (UK)
Sitoweb

Recensioni (4)

Ugo80 Film Cinema
Ugo80
8

Terza prova del texano Tobe Hooper. Checchè se ne dica il film non ripropone fatti reali ma è solo ispirato alla storia di un serial killer del Wisconsin, un tale di nome Ed Gein che aveva l'abitudine di indossare una maschera di pelle umana (da cui il nome di Leatherface). Originariamente la pellicola non era stata ideata con l'intento di generare disgusto agli spettatori, ma per creare una sorta di documentario sui massacri da cui trae spunto e per farli conoscere agli spettatori. Il regista quindi ha adottato lo stratagemma del falso documento per avere maggiore presa sul pubblico. Visto per curiosità, devo dire che il film è interessante e spaventa per davvero. La prima parte è quella più narrativa dove assistiamo ad un pellegrinaggio di alcuni giovani verso un cimitero per assicurarsi che la tomba di un loro parente non abbia subito la stessa sorte di altre salme profanate. Durante il viaggio si trovano nei paraggi di un macello e incontrano un'autostoppista sciroccato; costui si mette a raccontare di come veniva macellato il bestiame usando mezzi poco ortodossi. Il dialogo più interessante è quello dove descrive molta gente licenziata perchè i metodi di uccisione erano cambiati (da una morte atroce a colpi di martello ad una semplice rivoltellata utile a non far soffrire quelle povere bestie). Questo discorso è tanto utile quanto allucinante: una famiglia di ex macellai, nei pressi di una casa abbandonata, evidentemente non deve aver preso tanto bene quei licenziamenti. Direi veramente poco bene dato che avevano l'abitudine di far scontare le loro frustazioni a qualunque tizio gli fossero capitati a tiro. Peccato solo che questo discorso non sia approfondito. Dopo tutto il film dura solo 90 min. scarsi, qualcosina in più si poteva pure dire. Comunque sia quei giovani disgraziati si trovano a passare di lì per caso, noncuranti delle conseguenze. Il film funziona alla grande non tanto per gli effetti truculenti, pochi in effetti ma non è un danno, anzi ci guadagna in suspence; siamo difatti immersi in un'atmosfera malsana e allucinata lungo tutto il corso del film. Un vero e proprio pezzo di storia del cinema horror, che ci fa sicuramente rimpiangere gli anni '70. Da infarto la celebre scena dell'esaltato che spunta dal nulla agitando addirittura una motosega. Una curiosità: nel finale del film, ad esempio, c'è una spettacolare sequenza sullo sfondo di un mattino rossastro, dove Leatherface agita, in preda ad una furia cieca, la motosega, assumendo un'aspetto che mi ricorda tanto Angus Young (chitarrista degli AC/DC) quando agita la sua diavoletto. In definitiva alla fine della visione, a seconda della sensibilità di ognuno, Hooper riesce a lasciare l'inquietudine nello spettatore, il che è fondamentale per un horror che possa dirsi riuscito. Questo film infatti sarà di ispirazione ad uno stuolo di pellicole horror, avrà degli squallidi seguiti nemmeno lontanamente accostabili all'originale e degli stupidi remake. Questi ultimi sono una prova di come il cinema di genere abbia toccato il fondo, ma forse si può ancora scavare... Ugo Gianfreda

Superficie 213 Film Cinema
Superficie 213
10

Capoalvoro assoluto del new horror seventies americano che ha dato la giusta fama al suo autore ,il sottovalutato Tobe Hooper,che qui mette in scena con mano unica ed originale una storia malsana,dove l'America (quasi)post Vietnam viene sezionata nel suo malessere . Hooper traccia la storia di un paese che vive sulla violenza e sulla forza bruta e lo fà attraverso un horror semplicemente disarmante nella sua semplicita' narrativa e che ha una tensione costante,un ritmo assolutamente perfetto ed una creazione della suspance davvero di alta scuola. Chiaramente ecologista e pro-vegetariano il film si muove con il giusto passo attarverso un viaggio allucinato ed allucinante nell'orrore piu' vicino a noi. Qui Hooper da' il meglio di sè,offrendo quadri sbilenchi,zoomate repentine,primissimi piani dell'iride dell'ultima sopravvissuta in un crescendo di orrore sempre piu' palpabile ereale. D'antologia tutto il finale ed agghiacciante la sequenza della cena con il nonno. Un capoalvoro vero,che invecchia benissimo.Hooper qui e' stato geniale,c'e' poco da dire. Federico Frusciante

backstreet70 Film Cinema
backstreet70
9

Più volte viene annoverato all'interno delle liste di film spaltter! Niente di più sbagliato, "Non aprite..." con il cinema splatter, in senso stretto, ha poco a che fare. Un film culto, "Non aprite..." è stato girato con pochi mezzi (e si vede)e in maniera abbastanza frettolosa (e anche questo si vede), ed è un film culto... Perchè? Tratto da due fatti di cronaca (le manie del serial killer Ed Gein e alcune indagini riguardanti snuff movie girati in alcune cascine del Texas), "Non aprite..." ha metaforizzato meglio di qualunque altro film il disagio psicologico e culturale di un'America uscita malconcia dal conflitto vietnamita e logora nei suoi valori di base da un'amministrazione (Nixon) che poneva sopra il termine "etico" il termine "economico". Dopo gli anni '50 e '60 con tanti film sulle sane abitudini di vita delle famiglie di campagna del centro america, quelli con papà,mamma due pargoletti (meglio se di sessi opposti) ed un cane, la nuova famiglia americana è malata mentalmente, incestuosa e dedita ad un cannibalismo che non è neppure giustificato dalla presenza di riti satanici. Il male non è neppure giustificato è già presente. Questo è l'elemento veramente disturbante che ha reso "Non aprite..." giustamente un cult la cui pochezza di mezzi e di tempo diventano un valore aggiuntivo. Per Hooper mettere in un Texas vuoto e piatto il rumore di una motosega equivale come per Hitchcock creare una scena d'azione con un aereoplano in un campo di grano (Intrigo internazionale):l'angoscia nasce con associazioni semplici ma esplosive. Registi che lavoravano con le idee e non con il riclico a differenza di molti loro colleghi oggi. Molti sequel brutti (salvo il IV per un interessante discorso sul rapporto tra riti cannibaleschi e politica), alcuni remake un poco deludenti (la fotografia perfetta e l'aumento della truculenza fanno poco) ed alcuni decisamente interessanti ("La casa dei 1000 corpi" tiene bene) non scalfiranno mai questo film. L'horror era pronto a cominciare una nuova era ed ha mantenuto le promesse (Carpenter e Romero come nomi di punta). Paolo Iglina

scapigliato Film Cinema
scapigliato
10

Con questo film inizia in seconda battuta il new horror. Già il George A. Romero de “The Night of the Living Dead” aveva utilizzato la forza sovversiva dell’horror per rappresentare i mali della società. Ma mentre lo faceva ancora con un occhio rispettoso al cinema classico, rinvigorendo l’archetipo degli zombie che in Romero diventano morti viventi di cui ne è il padre assoluto, Tobe Hooper apporta uno sguardo da documentarista che cozza con il tema trattato tanto da spiazzare sia gli affiliati del genere che la critica e il pubblico in generale. La potenza di questo suo secondo lungometraggio sta nell’aver giocato al contrasto con elementi interni ed esterni al genere, e con una prima dichiarazione di poetica rintracciabile nella figurazione carnevalesca dei personaggi, nella commistione tra il sonoro e la colonna sonora, nella rappresentazione pornografica della violenza (che non è il gore di H. G. Lewis), nel black humor, nell’uso intellettuale del montaggio, nello stemperamento dell’horror nel comico e del comico nell’horror, e chiaramente nel dichiarato affetto per i freaks. Con i titoli di testa il regista ci trasporta con violenza all’interno di un fatto di cronaca da cui non possiamo scappare con un “E’ tutto finto!”, ma siamo obbligati a scendere fino negli abissi della follia anche contro il nostro volere. Poi arriva la prima sequenza che introduce i protagonisti in viaggio sul loro furgoncino. La bravura di Hooper sta nell’amplificare anche gli elementi narrativi più banali, come la pisciata di Franklin. Questa è sviluppata in un crescendo di tensione mutuato da un montaggio e da inquadrature anti-naturalistiche. Siamo portati a credere che accadrà qualcosa di terribile. Invece, causa il colpo d’aria di un camion, Franklin e la sua sedia a rotelle rotolano nella piccola discesa del prato. Si sorride, è vero, ma è una risata strana, alienata da un’atmosfera ambigua, sospesa tra la slapstick comedy e l’horror. Infine ci si getta di testa nel perturbante grazie ad uno sviluppo ad imbuto, per il quale tutti i ragazzi protagonisti prima o poi dovranno passare da casa Sawyer (anche se il cognome arriva solo nel secondo capitolo dell’86). Da qui in avanti il film esprime tutta la sua sovversione, e preannuncia una stagione horror indimenticabile, che abbandona le icone horror del passato, come Dracula, Frankenstein e l’Uomo Lupo, per trattare un orrore nuovo (new horror appunto), generato dai mali interni alla società, e non più da quelli esterni, amplificati poi anche dalla Sci-Fi anni ’50 con gli alieni. L’orrore non arriva più da un lugubre castello pieno di bare, ma da una casa sperduta nel profondo Texas del sud. L’orrore esce dal nucleo famigliare, uno dei principali valori dell’America, e ne diventa il boia senza misure. La fa a pezzi, ma non per demonizzare la famiglia in sé (magari tutti ne avessimo una sana in cui rifugiarci sempre), ma bensì per distruggere quel muro perbenista con il quale si paventa la morale americana. Dietro quel muro c’è il marcio di una società solo consumista (perché consumista di per sé non è un male, ma quando diventa l’unico bisogno di un uomo alloradiventa male), che si divora da sola e George Romero ben lo aveva urlato con i suoi morti viventi. Il cinema horror, dal ’68 romeriano in avanti, è sinonimo di ribellione. Anche se questa carica sovversiva e disturbatrice della cultura dominante è rintracciabile anche negli horror Universal e in quelli della Hammer, è con il new horror che ne abbiamo una vera e propria codificazione. L’intrusione del mostruoso nel quotidiano, e addirittura nei luoghi inviolabili della morale perbenista americana, è qui rappresentata con una potenza visiva e un’alienazione visionaria, dettata dalla follia della grammmatica del linguaggio cinematografico, che diventa antologia e campionario di tutta una nuova estetica e poetica cinematografiche. Più avanti nasceranno nuove icone horror, e Leatherface è la prima della famiglia se escludiamo i morti viventi di Romero per non essere riconducibili ad un unico individuo. Seguiranno Michael Myers, Jason Voorhees, Freddy Kruger, Candyman, Ghost-Face, The Creeper, Hellraiser, Pazuzo, e pochi altri ancora che hanno avuto la fortuna di sfondare l’immaginario collettivo. Così, la degenerazione del nucleo famigliare, specificamente a “The Texas Chainsaw Massacre”, va abbinata ad una risposta arrabbiata al crescente consumismo, di cui la famiglia Sawyer ne è una rappresentazione barocca. A loro serve la carne e guai a chi ne metterebbe a rischio l’attività. La morale e l’etica famigliare poggiano su basi non poi tanto diverse di una buona famiglia borghese. Ciò che li differenzia è che non hanno contestualizzato, non hanno scelto, no hanno dialogato con il Sistema. Ne sono stati travolti senza appello. Se ci avessero dialogato avrebbe individuato in esso il marcio e le ipocrisie. E sarebbero diventati a loro volta degli “arrabbiati”, e forse si sarebbero trovati dall’altra parte della barricata. Ma non è andata così. Ai Sawyer, come ai tanti nuclei famigliari seminati nel deserto texano (che può essere tranquillamente un spazio dell’anima più che geografico), non è stata data questa opportunità di dialogo. Sono cresciuti pisciandosi nei pantaloni. Convivono con la loro povertà umana, che non si sono scelti, e diventano la nemesi violenta di chi cerca di abbattere quel muro perbenista che copre il marcio del Sistema. Non sono cattivi i Sawyer. Loro esistono perché sono vittime di un Sistema che non funziona, che si dimentica di loro, li sputa e li sotterra. Sono le sue vittima filiali, e come dei figli devoti ad un credo di cui non capiscono nulla diventano il braccio punitivo di tale Sistema. Reprimono le libertà altrui in nome di una conservazione eversiva di cui apprezzano solo i piaceri immediati. Non assaporano il gusto di un elemento eterno. Per loro è tutto “prodotto”, tutto è “carne da macello” come per Romero tutto è “carne morta” perché “gli zombie siamo noi”. Se accludiamo alla rabbia e alla sovversione estetica e contenutistica di “The Texas Chainsaw Massacre” altri elementi di analisi come la motosega come prolungamento del pene e le varie riflessioni che scaturiscono dal tema del cannibalismo, noteremo come la cifra autoriale di Tobe Hooper non sia inferiore a quella dei più blasonati autori allineati all’accademismo, e individueremo in “The Texas Chainsaw Massacre” un vero e proprio capolavoro del Cinema tout-court. Mauro Fradegradi

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