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Recensioni
Recensione di AdeleLaziale
Il ricordo d'un cinema italiano fervido e memorabile, mal si addice agli anni immediatamente successivi alla macabra uccisione di Pasolini, esclusi maestri e giovani eccezioni, tra cui l'autarchico Nanni Moretti. Il crescendo rossiniano di dottoresse, infermiere, liceali e soldatesse alle grandi manovre, circoscrivibile al quadriennio 1978-1982, ebbe lento decadimento: nell'anno dell'ultimo acuto di Nico Giraldi ('Delitto al Blue Gay', 1984), Sergio Martino e Lino Banfi proposero 'L'allenatore nel pallone', con la benedizione del pubblico. Pur non del tutto riuscito, tra allusioni e freddure licenziose, nel film emergevano invenzioni gustose, sequenze valorizzate dall'indiscutibile verve comica del paladino di Canosa di Puglia: Oronzo Canà convinceva, in quanto capitolo conclusivo di una stagione che di esaltante ebbe ben poco.
L'apatia contemporanea coincide con nostalgica rivalutazione del passato, pretesto qualunquista di rievocazione della gioventù perduta, in cui non v'è spazio per dovute distinzioni e valutazioni oggettive. In un simile contesto, perfino l'innocuo mister della Longobarda acquisisce i connotati dell'eroe, entità invocata nello scandalo come simbolo di onestà e passione sanguigna: ancora di salvezza con cui fronteggiare scarsi raccolti, rifugio collaudato ma inevitabilmente sottoposto a graduale deterioramento.
Rispetto a 'Il Ritorno del Monnezza' targato Vanzina Brothers, 'L'allenatore nel pallone 2' ha il pregio di radunare i volti familiari d'un tempo, con sincera devozione alla causa, ma i buoni propositi non sono sostegno sufficiente per un'intera pellicola, confusa passerella di celebrità di merito ignoto e personaggi mediaticamente sovraesposti.
Un evento mondano dovuto alla spettacolarizzazione del pallone, adeguamento ai parametri attuali? Le avventure odierne di Oronzo si limitano in realtà a compiaciuta citazione, gli innesti sono cenni sbrigativi sulle turbolente vicende calcistiche nostrane, episodi maldestramente inseriti in un quadro più ampio. La fluidità narrativa è agognata aspirazione, l'approssimazione pervade l'atmosfera e detta legge, dissipando occasioni legate al nuovo metodo di gioco e a Caninho, talento brasiliano di turno da domare. Gli aggiornamenti, richiesti per la consistenza degli anni tra i due capitoli, latitano: le scaramanzie legate al moribondo Crisantemi, esilaranti nell'epoca dei capelli cotonati, sono fiacca ripetizione, considerando inoltre le situazioni analoghe proposte ne 'Il medico in famiglia', fiction che ha donato una seconda giovinezza artistica a Banfi, inatteso idolo di grandi e piccini (i quali, avranno modo crescendo di apprezzare la mercanzia esposta nella sua filmografia boccaccesca).
Tentativo superfluo e deludente in virtù delle fanfare scomodate, intrattenimento sterile, godibile per lo spettatore appagato dalla palla al centro e il fallo laterale. Gradito il ritorno di Lino al cinema, anche se concreta è la minaccia di soggiorno esclusivo nello stagnante regno vanziniano: auspico smentite, riconoscendo all'interprete in questione esperienza e doti oltre le deformazioni dialettali.
Adele Augruso
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