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Il Custode

Foto Il Custode Film, Serial, Recensione, Cinema

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La famiglia Doyle si trasferisce in una cittadina rurale della California dove prende in gestione l'abbandonata attività della Fowler Brothers Funeral Home. Presto la famiglia si rende conto che potrebbero rivelarsi fondate le voci secondo le quali il luogo dove sorge l'azienda di pompe funebri sarebbe infestato da oscure presenze ... (Trama ufficiale)

Titolo originale
RegiaTobe Hooper
CastDan Byrd, Stephanie Patton, Denise Crosby, Courtney Peldon, Alexandra Adi
GenereHorror
Anno2005
Durata94 '
ProdU.S.A.
Produzione
Distribuzione
Sitoweb

Recensioni (2)

Superficie 213 Film Cinema
Superficie 213
6.5

Eccomi qui a scrivere di questo nuovo film di Tobe Hooper, vecchio maestro dell'horror americano che negli ultimi anni e' stato tacciato di incompetenza,fortuna - nell' aver realizzato il capolavoro dei seventies NON APRITE QUELLA PORTA ed altri successivi grandi horror come QUEL MOTEL VICINO ALLA PALUDE,POLTERGEIST,IL TUNNEL DELL'ORRORE etc - ed addirittura mediocrita' assoluta dietro la macchina da presa. Mi pare chiaro che il mio giudizio e' diverso. Apro una piccola parentesi : credo che il 90% dei registi di genere - anche i maestri .. - abbiano fatto anche film orribili,visto che per lavorare nei periodi magri hanno accettato di tutto pur di non smettere di fare cinema o soldi. Penso al grande Fulci ad esempio od al maestro dei maestri Mario Bava,rei pure loro di aver girato film alimentari e inevitabilmente brutti. Inutile quindi dichiarare,come ha fatto quasi tutta la critica specializzata e non,che Hooper ha fatto film brutti e senza nessuna attrazione,mica ha potuto fare sempre il cazzo che voleva. Prendiamo ad esempio i film televisivi dell'ultimo periodo tipo Crocodile o L.A. STORY. Sono pellicole purtroppo medie,che non smuovono un granche',ma che se analizzate a dovere offrono spunti intriganti nella messa in scena e proprio grazie all'abilita' del regista,che anche con storie consumate e sterili riesce a girare del "cinema" senza farsi mangiare eccessivamente dal budget zero e dall'impostazione tv. Un po' quello che succede in questo MORTUARY - girato dopo il riuscito semi slasher THE TOOL BOX MURDERS da noi uscito direttamente in video col titolo LA CASA DEI MASSACRI -, non un film eccelso ma sicuramente interessante. Hooper immerge ,sin dai primi minuti,lo spetattore in un 'atmosfera malsana,inquietante che riporta per tempi,per ironia - volontarissima al contrario di quello che molti addetti ai lavori pensano e scrivono- e per messa in scena ai classici film dell' horror dei '70 e del new horror(!) anni'80. Tutta la prima parte e' tenuta in piedi bene dal regista attraverso movimenti di macchina precisi,un montaggio di alto livello ed una recitazione non eccelsa ma sicuramente buona. Anche la colonna sonora e' di buon livello,con alcune "partiture" davvero ben fatte. Cosi' come di ottimo livello e' la fotografia di Jaron Presant,vicina allo stile "Yuzna\Gordon" e che regala davvero un aura di malignita' alla pellicola. Nel secondo tempo il film svolta di brutto verso uno stile ancor piu' grottesco e ironico,mescolando zombies,entita' maligne viscide,citazioni lovecraftiane e di mezzo cinema horror degli ultimi 50 anni in un 'unica minestra che a tratti risulta sinceramente indigesta ,ma che in molte sequenze regala una cattiveria che di questi tempi e' sempre piu' rara nell'educato cinemino per teen che ormai e' divenuto l'horror americano. C'e' stato chi si e' lamentato persino degli effetti speciali come se questo fosse un film costruito su e per questi. E ' chiaro che quando il budget e' risicato,gli effetti non possono risultare eccellenti. Nell'insieme quindi una pellicola che di sicuro non fa gridare al miracolo,ma che ci dona un maestro ,magari non piu' ai livelli di un tempo, che si mangia pero' tutti ,o quasi, i nuovi registucoli "yesman" da fine settimana che ammorbano il genere. Eppoi che gioia vedere finalmente una madre che tenta di uccidere i propri figli invece che salvarli...che la "scorretteza" non sia del tutto diventata un miraggio? Federico Frusciante

scapigliato Film Cinema
scapigliato
8

“Il Custode”, ovvero “Mortuary”, ovvero “Quando l’inferno sarà pieno, i morti... ti entrano in casa!”. Detto così sembra di trovarsi di fronte ad una parodia alla “Slither” o alla “Shaun of Dead”, invece Tobe Hooper, nonostante il solito vecchio ritornello dei detrattori, fa davvero un bel film. Innanzitutto il regista ci introduce in un ambiente vecchio e nuovo allo stesso tempo. Il cimitero, mixato con la camera mortuaria che dopo “Six Feet Under” e altre serie necrofile fa tendenza, era sempre stato quel locus horris utilizzatissimo soprattutto nei primi horror Universal, per poi diventare teatro di scene particolari negli horror a venire. Lasciamo perdere la “prima volta” di Pipino in “Porkis”, ma ricordiamoci della bellissima scena iniziale di “La Notte dei Morti Viventi” di Romero, o anche il bellissimo e allucinato incipit dello stesso Hooper in “Non Aprite Quella Porta”, oppure, sempre in zona allucinazione, una tra le scene finali di “Easy Rider”, oppure quante altre volte il cimitero è stato teatro di scene chiavi in tanti western e spaghetti western, ma qui può assumere anche un’altra valenza. Un ricordo su tutti, oltre ai film sugli zombies che automaticamente coinvolgono un cimitero, è il capolavoro di Lucio Fulci “Quella Villa Accanto al Cimitero”. L’intrusione quindi in un luogo archetipale, di un nucleo famigliare mutilato della figura paterna è una prerogativa horror secondo la quale l’assenza del capofamiglia deflagra tutte le inquietuduni dei figli e della moglie rimasta senza il principale arpiglio della vita, e in più scatena l’istinto di sopravvivenza davanti al pericolo. Da notare che non c’è una forte figura maschile adulta, con cui si potrebbe ipotizzare una nuova vita sentimentale per la madre, particolare questo, tipico e ormai stanco di quasi tutti i thriller. Qui invece il grande Tobe Hooper, con il suo solito ghigno autarchico fa dell’intrusione in un vecchio luogo mitico la discesa grottesca nella periferia industriale americana che è anche l’immondizzaio culturale e morale dello stesso paese. Infatti, il secondo ambiente, nuovo stavolta, in cui veniamo introdotti fin dall’inizio del film è la periferia di magazzini, ferrovie, capannoni, discariche e degrado provinciale non sempre navigati nel cinema horror, a cui vengono preferite o le assolate cittadine del sud, o i bei paesini ben curati e morigerati di altrettante morigerate famigliole della classe bene. Sembra di vedere in “Mortuary” un film di Ken Loach che si da all’horror. Non è poi banalizzato il taglio sociale, caratterizzato dai personaggi buffi e grotteschi che circondano i protagonisti. In più Hooper riesce a rendere l’atmosfera inquietante di un vero divertissement horror grazie ad accurate inquadrature, una stilizzatissima set decoration, e una gran bella e sulfurea fotografia semi-notturna che fa molto film proletario inglese. Magari il film farà sorridere per il trucco posticcio di qualche morto ritornato in vita, come quello del professore di piano, ma è un trucco erede dell’estetica (e povertà di mezzi) concepita da Hooper come gioco fumettistico e già realizzata per esempio con il vampiro blu di “Salem’s Lot”. Il digitale, invece, non è proprio entusiasmante e se il regista ne avesse fatto a meno il film sarebbe stato un moderno manifesto di ritorno al casereccio, nonostante siano in molti oggi ad urlare al ritorno di un horror più “in carne” contro le troppe, soporifere, solite, pallose ghost-story di derivazione “occhi a mandorla”. Oggi infatti i Rob Zombie e gli Alexandre Aja di tutto il cinema horror, eredi del Tobe Hooper dei ’70, hanno riconfermato la vera via dell’horror e del perturbante. Perturbante che ritroviamo anche in “Mortuary”. Le connotazioni sessuali, tipo il rapporto a tre e l’omosessualità invisibile di uno dei ragazzi protagonisti, sono inserite sullo sfondo macabro di luoghi, il cimitero e la periferia industriale, che ne cantano il funebre destino. Non è un caso che i tre balordi teppistelli, resuscitati si crede a vita eterna, diano come segnali della loro nuova condizione gli stessi dell’astinenza. Non è un caso che il personaggio omosessuale non sia stato sviluppato più approfonditamente. La dimensione fumettistica a cui attinge il film, rifiuta chiaramente un’introspezione gigantesca dei caratteri, ma allo stesso tempo li tipizza in maniera tale da non farli risultare poi inefficaci ad una lettura trasversale. Tant’è che la mitica zia Rita, padrona del fast food in cui lavora il giovane protagonista, dice di aver un buco nero che va dall’omicidio Kennedy a Regan. L’attacco ad un periodo buio, tra l’altro fecondo per il cinema horror dei ’70 e degli ’80, della recente storia americana non è un’anacronismo ma l’allegoria dell’epoca odierna. Periodi di buio in cui i Bobby Fowler deformi e dimenticati ritornano a colpire i vivi per dar vita ai morti, e il leit-motiv del cinema zombesco ritorna prepotente e inquietante ad avvisarci della brutta fine che stiamo facendo. Mauro Fradegradi

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